Cambiare, ma per diventare chi?

Con i ragazzi della formazione professionale, tra il mestiere da imparare e il futuro da immaginare.

C’è una canzone, «22 settembre», in cui Ultimo canta di un treno diretto nel futuro e dice che lui non lo prenderà: preferisce restare dov’è, nel presente, a godersi quello che c’è. Chissà quanti ragazzi ci si riconoscono. Solo che a quattordici anni quel treno ha un orario preciso: è il modulo d’iscrizione alle superiori. Ti dicono che stai scegliendo la tua vita. Tu non sai ancora chi sei; gli adulti intorno sembrano saperlo meglio di te. Qualcuno, magari senza dirlo, ha già deciso che «per uno come te va bene così».

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È un’immagine che potrebbe riguardarci? Quante volte abbiamo letto il futuro di un ragazzo nei voti di terza media, o pensato che imparare un mestiere fosse la strada di chi «non è portato per studiare»? Eppure basterebbe entrare in un laboratorio, guardare due mani che finalmente sanno fare qualcosa, per accorgerci che lì sta succedendo molto di più.

«Trasformazione» è la parola che apre il percorso di quest’anno della Voce. Ma cambiare non basta a dirci dove stiamo andando. Si può crescere scoprendo un talento oppure adattandosi a un ripiego; acquistare sicurezza oppure smettere di farsi domande. Per capire se stiamo davvero preparando il futuro dei ragazzi, occorre guardare anche a come li ascoltiamo, soprattutto quando non somigliano a ciò che avevamo immaginato per loro.

Ne parliamo con Massimo Rotini, counsellor e orientatore libero professionista, che collabora come formatore con l’Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) della Sacra Famiglia di Seriate e che in passato ha lavorato a Officina Giovani. Con una domanda che riguarda anche noi adulti: quanto siamo disponibili a lasciarci trasformare dall’incontro con loro?

Massimo, ci racconti un episodio in cui hai visto un ragazzo passare da «non sono capace di niente» a «questo lo so fare anch’io»? Che cosa ha reso possibile quel passaggio?

Non ho in mente un ragazzo o una ragazza in particolare. C’è però una scena che, in questi anni di collaborazione con la Sacra Famiglia come formatore di orientamento, ho visto ripetersi moltissime volte, indipendentemente dal settore: in agricoltura, nel commercio, nel turismo, in un’azienda di moda. Ragazzi e ragazze che in aula faticano e che, in tirocinio, cambiano.

Cosa rende possibile questa trasformazione? Anzitutto lo sguardo degli adulti. In aula, a volte, il ragazzo rischia di essere guardato solo a partire da ciò che gli manca, da ciò che deve ancora diventare. Il contesto di lavoro, invece, chiede che sia pronto subito, almeno su buona parte delle mansioni che gli vengono affidate. È una sfida che i ragazzi hanno il grande merito di accettare. Forse perché si sentono interpellati in modo diverso, forse perché possono finalmente cimentarsi in qualcosa di operativo, dinamico, concreto, più vicino al loro modo di imparare.

Poi fanno un secondo passaggio, decisivo: cominciano a riconoscersi competenze e risorse proprie, assumendosi cioè la responsabilità di vedere le proprie capacità, i miglioramenti, i risultati e anche i rischi che ogni cambiamento comporta. Una cosa che a scuola non sempre accade.

Credo che questa trasformazione vada oltre l’intenzionalità pedagogica di datori di lavoro, tutor e colleghi, che pure c’è, soprattutto nelle aziende che collaborano da tempo con l’ente. È più un effetto del contesto professionale nel suo insieme: un mondo di adulti che li tratta da adulti e che li invita a crescere e a guardarsi in modo diverso.

Della formazione professionale si dice ancora che sia una scuola «di serie B». Dal tuo osservatorio, che cosa conferma questo pregiudizio e che cosa lo smentisce?

Su questo argomento, il mio osservatorio è doppio: oltre alla formazione professionale, ogni anno incontro centinaia di preadolescenti nei progetti di orientamento con gli istituti comprensivi della provincia. Quando entro in classe, a ottobre o novembre, la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze mi dice di pensare a un liceo o a un tecnico; chi guarda alla formazione professionale è di solito una minoranza. Spesso un alunno compie questa scelta solo al termine del percorso di orientamento, sia per effetto di una progressiva scoperta dei propri peculiari interessi, attitudini e aspirazioni, sia grazie alle indicazioni degli insegnanti che, osservata l’esperienza scolastica compiuta dal ragazzo, gli suggeriscono un indirizzo dove le competenze operative siano più valorizzate e la dimensione teorica più accessibile. Ci sono anche genitori che vedrebbero bene il proprio figlio o la propria figlia in un percorso professionale, ma temono l’ambiente: l’idea di trovare classi turbolente, compagni poco interessati allo studio, e che lì il ragazzo possa perdersi.

C’è poi una questione che non è solo pregiudizio. La formazione professionale ti prepara da subito a un lavoro dai connotati chiari, ti offre un «abito» professionale ben definito. Del liceo si dice che apra tutte le porte e permetta di rimandare la decisione; il professionale rischia invece di apparire come un vicolo cieco. E se, nel mezzo del cammino, cambi idea? Non è una preoccupazione priva di senso: è una scelta, quella della formazione professionale, che chiede grande consapevolezza e un certo grado di maturità, perché mette subito a confronto un ragazzo o una ragazza con il mondo del lavoro, già dal primo anno: con i laboratori, le uscite didattiche e le lezioni in ambito tecnico-professionale. Ma puntare a tutti i costi sulle scuole più «teoriche» è un rischio per chi, in un contesto più operativo, avrebbe davvero l’occasione di fiorire.

E poi c’è quello che succede dopo. Chi ha detto che da un percorso professionale non possa nascere un’esperienza imprenditoriale, una carriera di successo o che non si risvegli il desiderio di proseguire gli studi? Non è una strada agevole, certo, soprattutto se dopo la qualifica si punta alla maturità e poi alla laurea. Però è già successo, non solo una volta. Per alcuni la formazione professionale arriva al momento giusto e non è più soltanto una strada ben tracciata verso obiettivi di lavoro chiari, ma diventa un trampolino, restituendo fiducia anche nelle proprie capacità di studio e apprendimento.

Fai orientamento da anni. Orientare significa aiutare un ragazzo a trovare un posto, o a capire chi vuole diventare? Che cosa può fare un counsellor che un insegnante, da solo, non riesce a fare?

Mi viene in mente l’etimologia: orientamento viene dal latino oriens, il sole che sorge a est. Orientarsi significa trovare i propri punti cardinali. Per questo, quando accompagno un ragazzo o una ragazza, parto dal conoscerlo e dal capire quali punti di riferimento stia già usando per muoversi: a scuola, nelle relazioni, nel modo in cui immagina il proprio futuro. Conversando esploriamo i suoi interessi e le sue passioni, il suo rapporto con la scuola e con l’apprendimento, le emozioni che prova, i suoi valori, chi lo ispira, le persone di cui si fida. E le sue aspirazioni, anche quando sono ancora frammenti, abbozzi di sogno.

Un percorso di orientamento è una storia di conversazioni, una dopo l’altra. Aiuta a prendere consapevolezza di sé, ma soprattutto a crescere nella capacità di decidere: a credere di poter prendere decisioni e di poterne essere responsabili. Più che trovare un posto, si tratta di imparare a orientarsi a partire dalle proprie domande, quelle che si costruiscono su misura per sé.

Scuola e counseling hanno molto in comune. Il counseling nasce negli Stati Uniti tra fine Ottocento e inizio Novecento proprio come orientamento professionale, e presto entra nelle scuole; nei paesi anglosassoni i due percorsi sono ancora fortemente intrecciati. Entrambi guardano al futuro e alla crescita. La differenza sta nelle finalità. La scuola fa crescere la persona anche attraverso lo sviluppo di competenze: il sapere, il saper fare, il saper essere. Il counseling non si propone di sviluppare competenze, ma di migliorare la qualità di vita della persona, sostenendone i punti di forza e la capacità di autodeterminazione. Offre uno spazio di ascolto e di riflessione nei momenti di transizione, come la scelta della scuola superiore.

Quanto al «da solo»: non lo è, o non dovrebbe esserlo, nessuno. Ogni progetto di scelta, soprattutto quando riguarda un minore, è un progetto di comunità. Al centro c’è il ragazzo, che chiede supporto e confronto e si rivolge alle persone di cui si fida: genitori, fratelli maggiori, insegnanti, altri adulti significativi. E queste persone, a loro volta, sono o possono essere soggetti attivi: incoraggiano, stimolano, entrano in dialogo. Il counsellor diventa parte di questa comunità, ma non ne è di sicuro il deus ex machina. È piuttosto un nodo della rete: offre uno spazio di sospensione che aiuta il ragazzo e chi gli sta intorno a fermarsi, a guardare le cose in un altro modo e a riprendere posizione, quando serve, sulle proprie scelte.

Imparare con le mani cambia anche il modo in cui un ragazzo guarda sé stesso? Quando una competenza pratica diventa fiducia, e quando invece rischia di diventare un’etichetta?

Sì, e molto. Ma per capire quando un’esperienza di manualità diventa fiducia bisogna guardare a ciò che c’è prima. Prendiamo l’insuccesso in una materia come la matematica, che richiede capacità logiche e di astrazione. Le cause della fatica possono essere tante: un metodo che non funziona, lacune accumulate, un modo di studiare poco efficace. Eppure spesso il ragazzo traduce tutto questo in una frase lapidaria: «Non sono fatto per questa materia!». Quello sguardo diventa identitario, assoluto, e spesso orienta le scelte scolastiche, professionali e anche di vita.

La competenza pratica diventa fiducia quando disconferma quello sguardo: il ragazzo scopre di non essere «incapace», stava solo cercando il contesto giusto per imparare. E quella fiducia può allargarsi, fino a toccare anche lo studio e gli aspetti più teorici del percorso scolastico.

Rischia invece di diventare un’etichetta quando conferma una certa immagine di sé. Parlando con i ragazzi della formazione professionale, il mio timore è che accettino un po’ troppo facilmente l’idea di poter dare il meglio solo nella dimensione operativa, rinunciando così ad avventurarsi in ciò che chiede logica, ragionamento, astrazione. Credo che la fatica in materie come matematica, grammatica e inglese dipenda anche da questo: da come si vedono come studenti, come persone capaci di imparare. Stessa abilità, due esiti opposti: una competenza che apre, oppure una che chiude.

Il futuro i ragazzi lo immaginano o lo temono? Ti capita di incontrare il fascino per il guadagno facile, per chi offre risposte assolute o esibisce forza? Come lo affronti senza umiliare chi ne è attratto?

È difficile generalizzare. Spesso, prima ancora di sperarlo o temerlo, i ragazzi fanno fatica a vederlo. Se li invito a raccontare come si immaginano tra cinque o dieci anni (che cosa fanno, dove sono, con chi, come sarà il mondo intorno a loro), è assai frequente che fatichino a trovare le parole, a costruirsi degli scenari. In parte è fisiologico, perché fa parte della loro età. Per questo il tema del futuro diventa per me un obiettivo di lavoro, e può esserlo anche per gli insegnanti: in situazioni come queste si costruiscono narrazioni a partire dai dettagli, da quei pezzetti di futuro minuscoli e concreti che gli alunni e le alunne riescono a intravedere.

Non vale per tutti. Chi frequenta la formazione professionale spesso vede il proprio futuro lavorativo con contorni più chiari, già a 14 o 15 anni. Penso per esempio a chi sceglie l’indirizzo agricolo perché è cresciuto accanto all’attività di un nonno, di uno zio, di un genitore, un mondo che conosce bene e che riesce a proiettare con relativa facilità anche nel lungo periodo.

Più della fatica di vedere scenari futuri, però, mi preoccupa ciò che chiamo le «zavorre dell’immaginazione». Sia con gli alunni delle scuole medie, sia con i ragazzi dei percorsi IeFP, vedo che l’orizzonte orientativo si restringe tanto più quanto pesa la sfiducia nelle proprie capacità. Non è raro che qualcuno chieda: «Massimo, esiste una scuola dove non si fa inglese? Non ci capisco niente in questa materia!». Qui il futuro non si apre: si restringe, per non ritrovarci le difficoltà del presente.

Il fascino per il guadagno facile lo incontro, sì, ma meno spesso di quanto si pensi. Ancora più raro è che qualcuno esprima apertamente ammirazione per figure di forza, almeno in un contesto d’aula. Più spesso i soldi sono legati al tema dell’autonomia: vivere da soli, potersi muovere, comprarsi la macchina. Quando qualcuno parla di ricchezza, sotto c’è spesso un desiderio di riscatto: essere riconosciuti, sentirsi al sicuro, contare qualcosa, magari lasciarsi alle spalle le difficoltà economiche che vive in famiglia.

Come mi pongo? Anzitutto in ascolto. E dentro di me ringrazio, perché quando un ragazzo o una ragazza ne parla davanti a un adulto e ai compagni di scuola fa una scelta coraggiosa: sa di esporsi alla critica, non è ingenuo. È un regalo, e va accolto, non messo sotto processo. Poi può anche diventare occasione di curiosità, se l’argomento è trattato con la giusta attenzione: dove potrebbe portarti questa ricchezza? Come useresti questi soldi? Quali sogni potresti realizzare? Come cambierebbero le tue relazioni con gli altri? Anche il desiderio di ricchezza, o un personaggio pubblico che li ispira, può essere una strada per aiutarli a prendere consapevolezza di sé: dei propri limiti, ma anche delle proprie risorse.

Quanto pesano le aspettative delle famiglie nelle scelte dei figli? Quando aiutano a crescere e quando, invece, schiacciano?

Innanzitutto, nella mia esperienza, i ragazzi e le ragazze vogliono che gli adulti siano loro accanto nel percorso di scelta. Lo vedo, per esempio, in un’attività che propongo nelle classi terze della scuola secondaria di primo grado, «La mia fiaba della scelta»: in piccoli gruppi, gli alunni e le alunne inventano una storia di orientamento con protagonista un coetaneo immaginario. Genitori e insegnanti compaiono sempre, e molto spesso come «aiutanti»: offrono sostegno emotivo oppure invitano il protagonista a riflettere, consegnandogli l’oggetto magico della conoscenza di sé. Diventano antagonisti solo quando si impossessano della scelta in nome di un bene superiore: «So io quello che è bene per te».

Le aspettative schiacciano quando il ragazzo diventa lo schermo su cui proiettare la propria storia: «Farai il liceo perché io non ho potuto farlo», oppure «Non farai quella scuola perché io ci ho sofferto». Ma accompagnare un figlio a prendere una decisione sul proprio futuro è un compito difficile, un po’ come il passaggio della nave di Ulisse tra Scilla e Cariddi. Da una parte c’è il rischio di farsi carico della scelta in nome di ciò che è meglio per lui, togliendogli spazio di decisione e facendolo arretrare sulla strada dell’autonomia. Dall’altra, sempre più spesso, c’è il rischio opposto: sottrarsi, per lasciargli un protagonismo assoluto di cui non sente il bisogno.

L’aspettativa che aiuta è quella che il genitore ha verso il proprio ruolo: una presenza che offre vicinanza e insieme apre alla decisione del figlio. Non riempie tutti i suoi bisogni, ma stimola, invita alla riflessione e, quando serve, pungola.

I ragazzi, assai di frequente, le aspettative dei genitori le percepiscono con chiarezza. La questione è se il genitore riesce a riconoscerle, insieme ai miti che circolano in famiglia. In questo il percorso di orientamento può fargli da specchio. A chi mi chiede come affrontare la scelta suggerisco anzitutto la curiosità: mettere tra parentesi la preoccupazione, almeno per qualche minuto, e lasciarsi stupire da qualcuno che si pensava di conoscere e che invece sta cambiando. Questo nuovo atteggiamento crea una differenza. L’adulto comincia davvero a chiedersi: in che cosa credo io, come uomo o come donna, come genitore? Che cosa ha guidato le mie scelte finora? Solo se sono chiaro sulle mie premesse posso distinguerle da quelle di mio figlio. Quando succede, cambia la relazione: il genitore diventa un compagno di viaggio, si mette a fianco, e la scelta diventa un’esplorazione fatta insieme.

Da che cosa capisci che un percorso ha prodotto una trasformazione positiva? Dalla qualifica, dal primo contratto, da come un ragazzo affronta un errore o un conflitto? Che cosa resta difficile da valutare?

Una volta, in aula, un ragazzo mi ha detto: «Prof, il tirocinio è andato male, è stata l’esperienza più brutta possibile. Però adesso ho capito quello che voglio fare e quello che non voglio fare». Ecco, per me quella è una trasformazione positiva. Non coincide con un’esperienza felice, ma con la capacità di trarne qualcosa per sé.

Non esistono indicatori che certifichino in assoluto una trasformazione positiva. I segnali vanno cercati nel percorso di ciascun adolescente: sarebbe importante che riuscissimo a vedere, e che il ragazzo stesso vedesse, quella differenza che fa la differenza. Può essere un risultato visibile, come la qualifica finale. Oppure un atteggiamento che cambia. Ho visto ragazzi che, davanti alla provocazione di un compagno, reagivano con aggressività e rischiavano l’escalation, imparare con il tempo a gestire quelle situazioni in modo diverso, più responsabile, più autenticamente adulto.

Ciò che resta difficile da valutare è proprio questo cambiamento di sguardo su di sé. Non sta in una pagella né in un registro e spesso dà i suoi frutti anni dopo, quando ormai quei ragazzi non li vediamo più.

Quale convinzione sui giovani hai dovuto cambiare tu, facendo questo lavoro?

All’inizio della mia carriera ero convinto che le scelte importanti andassero prese in totale autonomia, da soli, senza lasciarsi influenzare. Consideravo una prova di maturità il saper decidere «con la propria testa». Con il tempo, osservando i ragazzi, ma anche me stesso e le scelte che ho fatto nel lavoro e nella vita, mi sono reso conto che non è così. Abitiamo relazioni, contesti, conversazioni che non possono non influenzarci: in un certo senso, siamo fatti anche di loro. È inevitabile, e forse perfino auspicabile, che nelle nostre scelte portiamo lo sguardo delle persone che abbiamo incontrato.

Me ne accorgo ogni anno in terza media. Quando in aula si lascia ai ragazzi il giusto spazio per parlare delle emozioni legate alla scelta della scuola superiore, emerge quasi sempre la fatica di lasciare gli amici e le amiche: è una delle grandi prove che si trovano ad affrontare. E capita spesso che le scelte di un’intera classe si concentrino su poche scuole, e che su quella di ciascuno pesi moltissimo la scelta dell’amico. Siamo abituati a leggerla come una mancanza, una tendenza al conformismo. Io non la vedo più solo così. Decidere di iscriversi a una scuola perché l’ha scelta l’amico, senza riflettere sui propri interessi, sulle proprie capacità, sulle proprie aspirazioni, resta certamente una situazione critica. Ma è anche la sincera espressione di un bisogno profondo di relazione davanti a un viaggio verso l’ignoto, un bisogno che abbiamo tutti. Qui sta il possibile salto di crescita: ciò che possiamo imparare, ragazzi e adulti, è che contare sulle persone che ci sono care non significa copiarne le scelte o imitarne i comportamenti: significa poter contare sulla forza della loro vicinanza e sull’incrocio di prospettive che ne nasce.

Che cosa potrebbe fare, concretamente, un lettore della Voce per sostenere questi ragazzi nel loro cammino? E che cosa dovrebbe essere disposto a imparare da loro?

Prendere sul serio le idee dei ragazzi. Detto così, me ne rendo conto, sembra una frase scontata. Ma per me è stato uno dei cambiamenti più importanti nel mio lavoro. Ho imparato a diffidare dell’idea di aiutare i ragazzi a fare scelte «realistiche». Dietro il realismo spesso si nasconde un pregiudizio: consideriamo «vero» ciò che sta dentro il nostro sguardo di adulti, dentro le idee che ci siamo fatti su quel ragazzo e le informazioni che abbiamo in mano.

Prendere sul serio un’idea, anche quando ci sembra ingenua o lontana, significa lasciarsi incuriosire. Da dove nasce quest’immagine di te e del tuo futuro? Quali esperienze te l’hanno suggerita? Che cosa vedi, quando ci pensi? Sono domande che aiutano il ragazzo a uscire per un attimo dai propri panni e a guardarsi da fuori: non per giudicarsi, ma per riconoscersi nelle proprie idee, nei propri valori, nelle proprie aspirazioni.

Curiosità, però, non vuol dire restare sulla porta ad aspettare. Anche una proposta può essere un grande stimolo, purché resti una proposta e non diventi un’imposizione. «Perché non andiamo a curiosare all’open day di quell’istituto?» «Sai che ho notato che quando fai quella cosa ti brillano gli occhi?» Persino una perplessità si può comunicare così: «Sono un po’ preoccupato per la scelta che stai facendo, forse non hai considerato che…». Significa assumersi la responsabilità del proprio sguardo, senza assolutizzarlo.

Per un counsellor è ovviamente più facile: è il suo mestiere e la distanza professionale gli permette di fare ipotesi e aprire scenari con più leggerezza. Per un genitore invece è più difficile, perché il figlio o la figlia fa parte della stessa storia familiare, con le sue attese e i suoi miti. Ma è possibile, almeno in certi momenti. Ad esempio, lo vedo nei laboratori di orientamento in piccolo gruppo che conduco con genitori e figli insieme, come quelli del percorso «In partenza per la scuola superiore» che partirà a breve a Nembro. Lì lo sguardo dei genitori spesso si trasforma, perché restano autenticamente sorpresi da ciò che i figli riescono a dire.

Che cosa imparare da loro? Forse a non spaventarci del loro entusiasmo. Quando un ragazzo si appassiona a un’ipotesi imprevista, che ci sembra irrealistica, l’adulto tende a mettersi in allarme e a smorzarla subito: «Non è per te». Pensiamo che a parlare sia il principio di realtà; spesso invece parla la nostra preoccupazione. Eppure l’entusiasmo, la fantasia, persino i sogni più irrazionali sono ingredienti fondamentali dell’orientamento. Chiediamo ai ragazzi di appassionarsi al proprio futuro e poi spegniamo quella passione quando prende strade che non avevamo previsto, come se dicessimo: «Sogna liberamente, ma sogna come dico io». Uno dei miei maestri diceva di considerare conclusa una consulenza quando il ragazzo riusciva a stupirlo. È una frase a effetto, ma fa riflettere: che cosa c’è di più autonomo di una decisione che non ci aspettavamo? Questo non significa rinunciare a dire la propria. Ma un conto è portare un punto di vista che fa riflettere, un altro è spegnere la candela.

Forse il treno per il futuro fa meno paura quando sul marciapiede c’è qualcuno che non ti dice dove scendere, ma resta lì a chiederti dove vorresti andare.