Danilo Dadda: «sono un imprenditore con una storia bellissima alle spalle»

Vi sono narrazioni che implicano più di quanto spieghino. Come nel caso dell’ultima beatitudine di Gesù a Tommaso: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». È il racconto di Giovanni (Gv. 20,19-31) che implica, per esempio, l’atteggiamento di tornare semplici e sinceri come bambini (Mt. 18,3) perché, come affermava García Márquez, elogiando l’opera di Quino, fumettista di Mafalda, «i bambini sono i depositari della saggezza». Implica il sospiro di Gesù quando, infastidito dall’incredulità dei farisei, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? A questa generazione non sarà dato alcun segno» (Mc. 8, 12). Come in un andirivieni di bianchi e neri alla Salgado o di tonalità alla Caravaggio, il credere ha le sue molteplici sfumature. Se qualcuno credesse davvero che l’uomo non crede più, allora è pronta la risposta attribuita a Gilbert Chesterton: « Non è vero che l’uomo moderno non crede a nulla: egli in realtà crede a tutto» … e questo implica il credere anche alle fake news? Eccolo qui, dove voleva arrivare! Direte voi. Certo che sì, perché è dai tempi di Aristotele che l’uomo desidera conoscere necessariamente la verità. Progressivamente il racconto di Giovanni fa emergere delle coordinate che si rivelano decisive: vero/falso; conoscenza empirica/ sapienza spirituale; vedere/sentire; anima/corpo; fede/ragione.

 

Rimontiamo però il tutto con le inquadrature di Tommaso che mette il dito nella piaga. È lui il protagonista che il narratore Giovanni ci pone di fronte. Con lui è implicato il suo dubbio che, paradossalmente, ci conferma nella fede perché, come disse S. Gregorio «ha giovato più a noi l’incredulità di Tommaso che non la fede degli altri Apostoli»; senza quel dubbio, nessun uomo avrebbe «messo il dito nella piaga dei chiodi e la mano nel costato». Da una parte Gesù non nega consolazioni sensibili e segni palpabili né a Tommaso né a noi, figli del nostro tempo, in fase di uscita da una crisi pandemica, ma ancora in piena crisi della ragione; dall’altra, ci indica la ragionevolezza della fede che si basa sulla parola.

 

Durante l’ultimo incontro della redazione de La Voce, c’era chi sosteneva una correlazione tra quest’ultima beatitudine del quarto Vangelo con una notizia di cronaca comparsa recentemente su La Stampa dal titolo «Pago i miei lavoratori per leggere […]». L’idea è di Danilo Dadda, la ditta è la Vanoncini Edilizia Sostenibile S.p.A. di Mapello e l’iniziativa porta il nome di Book club.

Muratori che leggono! Da non credere: nel Paese dove vivo pure un fattorino di giornale insulterebbe con un “scemo chi legge” come nel gioco da ragazzi; passata la terza media i libri finirebbero in un barbecue e quando ti sposi, quelli tenuti dalle elementari all’università, al macero.

C’è da tentare l’intentato, mettere in scena l’Agostino che commenta Giovanni (l’evangelista che vola come aquila) e il ritmo segreto di un pensiero imprenditoriale con un sovrappiù di senso, perché stiamo cercando, come direbbe Erich Przywara, «la bellezza dei coincidenti opposti».

 

Chi è Danilo Dadda?

Innanzitutto è un papà: con due figli, di 25 e 24 anni. È un marito. Sono sposato con Giusy da 31 anni appena festeggiati. È un figlio di due genitori che ho la fortuna di poter riabbracciare ancora tutti i giorni: mio padre ha 83 anni e mia madre ne ha 78. Sono originario di Calusco D’Adda, i miei genitori abitano lì, ho vissuto lì fino a 24 anni, età in cui mi sono sposato; e sono un imprenditore con una storia bellissima alle spalle perché sono stato assunto da questa società quando era la Piccola Vanoncini srl. Assunto come tecnico di cantiere, ho avuto la fortuna di incontrare una bellissima persona, fantastica, il nostro presidente, professor Antonio Vanoncini che mi ha dato la possibilità di esprimere il potenziale che avevo dentro. Quindi sono diventato socio e direttore generale, legale rappresentante di questa impresa, la Vanoncini S.p.A. .

Inoltre sono consulente d’azienda dal momento che in questo percorso di miglioramento personale e manageriale ho incontrato persone straordinarie di una società di management che mi hanno aiutato a capire in cosa migliorare. L’ho fatto attraverso un percorso doloroso, faticoso ma illuminante, divenendo a mia volta consulente perché, alla fine, quello che ho ricevuto vorrei darlo.

 

Hai avuto figure di riferimento importanti …

Mia mamma è importante. Con mio padre è stato un rapporto particolare nel senso che lui mi ha “allevato” come un soldato spartano, mi ha insegnato a lavorare, a guadagnarmi quello che mi sarei dovuto conquistare nella vita … magari sono mancati un po’ gli apprezzamenti e gli abbracci che sono arrivati dopo. Mia madre invece è più dolce. La vedo leggere quando ero bambino, lei che nelle serate e nelle nottate stava col libro sempre sul tavolo della cucina perché in soggiorno non avevamo i mobili. Mi ha trasmesso la passione per la lettura. Tra l’altro, mia madre ha fatto la catechista per tanti anni e quelle letture erano, quindi, di un certo tipo. Ricordo pure il suo impegno gratuito verso il prossimo: si è dedicata alle altre persone senza chiedere niente in cambio. A me questa cosa, da bambino, mi sembrava un po’ strana, ma poi, come un seme dentro, è germogliata e la ritrovo in vari aspetti della mia vita.

 

Perché credi in questa cosa che stai facendo?

Credo che prima di ricevere si debba dare. Questo è il senso. Soprattutto è molto importante condividere. Credo che la condivisione sia uno dei valori fondamentali, miei personali e della nostra squadra. Io da sempre, quando leggevo qualche libro, sentivo dentro un fuoco ardente, un grande desiderio di condividere quello che leggevo perché mi sembrava che se l’avessi tenuto solo ed esclusivamente dentro di me, si sarebbe perduto qualcosa.

Ho portato nella nostra squadra questo valore importante nella speranza che attraverso la condivisione delle competenze, del sapere, delle emozioni ed esperienze positive possiamo migliorare tutti.

 

Che cos’è che tu non vedi ma in cui credi?

Vedo che noi abbiamo di fronte sempre delle belle persone. Vedo che il mondo è pieno di buone persone con valori etici e morali profondi e credo che l’amore per il prossimo può risolvere tutto. Mi rendo conto, da imprenditore, di essere di fronte ad una missione continua: quella di vedere e mostrare che ci sono davvero delle belle persone attorno a noi, con le quali si possono stringere alleanze virtuose per costruire situazioni di benessere per tutti. E quindi, alla domanda “cos’è che tu non vedi ma in cui credi” a me sembra, rapportandomi con altre persone, di vedere cose che a volte all’inizio gli altri non vedono, come la bellezza dell’essere umano. Anche se in quel momento è un po’ critico, un po’ arrabbiato, un po’ deluso o un po’ schiacciato dall’attività quotidiana, sotto quella scorza o quel cumulo di macerie, c’è però tanto di bello, tanto di buono, un animo che ha solo bisogno di essere aiutato, rincuorato. E se riesci ad aiutarlo lui poi ti restituirà molto di più di quello che tu gli hai dato. In questo credo.

 

Danilo, la fatica di leggere, di riflettere, di mettere il dito nella piaga dei chiodi è anche la fatica di essere liberi e aiuta gli altri a diventare liberi?

È tanta roba. Mettere “il dito nella piaga” per constatare, per rendersi conto, per capire, per mettersi in discussione è un viaggio che noi facciamo alla riscoperta interiore. Tutte le volte e in tante occasioni questa azione, innanzitutto, ci insegna ad abbattere ogni tipo di pregiudizio. È la sensazione che mi accompagna da tutta la vita ed è rafforzata in questi ultimi anni. Tutte le volte mi dico: «Vedi Danilo, i tuoi pregiudizi adesso li devi smontare. Se mai ne avevi, li devi smontare perché vedi che la realtà è diversa da quello che tu ti eri precostituito. I luoghi comuni smontali tutti, verifica, vai a guardare coi tuoi occhi e con le tue dita. Metti le dita e verifica come stanno le cose. Non parlare a sproposito. Non dire cose se non le hai verificate con i tuoi occhi e con le tue esperienze». Questa è tanta roba. Ti aiuta a metterti in discussione continua. Anche con il prossimo che incontri. Attenzione: verifica sempre, ascolta, ascolta bene quello che ti dicono gli altri, cerca di metterti nei loro panni e solo dopo … dopo aver camminato un po’ coi loro sandali, come dicono gli indiani, solo allora forse puoi farti un’idea.

 

Come funziona il Book Club?

Tecnicamente il Book Club è nato quando io ho proposto un elenco di sessanta titoli di libri in azienda. Erano libri che avevo letto anni fa, prevalentemente libri di management.

Essendo un’impresa di 90 collaboratori, per coordinare le attività teniamo riunioni tecnico-commerciale settimanalmente. Una volta partito questo elenco di libri, ogni collaboratore può scegliere un libro e la data di una prossima riunione per presentarlo nella prima ora agli altri 25-35 collaboratori. Nell’occasione il collega che si è messo in lista presenta il suo libro con una scheda o slides, lo racconta ai colleghi presenti fisicamente e a quelli che sono collegati in remoto, in smart working.

 

E l’accademia interna alla Vanoncini S.p.A.?

L’accademia è una scuola creata nel nostro interno e si rivolge sia ai collaboratori della Vanoncini S.p.A. che agli esterni, ai clienti, a coloro che hanno il piacere di collaborare con noi, che studiano con noi. Che cosa studiano? Si tratta di una scuola tecnica. Noi siamo un’impresa edile, specialisti del sistema costruttivo “struttura e rivestimento”. Costruiamo case non con i mattoni. Costruiamo un sistema a telaio e nei rivestimenti interni – esterni che aiutano a realizzare case antisismiche, isolate acusticamente e termicamente. Ecco, questo sistema costruttivo è il più antico che l’uomo conosca ma è stato dimenticato. Noi abbiamo messo in piedi l’academy per formare le persone dal punto di vista tecnico. Poi però l’academy si è allargata a temi anche di tipo manageriale. Ci siamo resi conto che per formare le persone non potevamo farlo solo dal punto di vista tecnico ma anche da quelli della comunicazione, dei rapporti umani, dell’intelligenza emotiva, degli aspetti più legati al management: come gestire i conti di un’azienda. Questo perché i collaboratori potessero cogliere l’opportunità di nuove competenze: come dialogare, come rapportarsi con i colleghi, come selezionare le persone, come fare dei buoni colloqui di lavoro. Ci aiuta a completare la figura del collaboratore che non è solo un lavoratore, un tecnico … è una persona. Ciò che si apprende in questa academy non serve soltanto nelle 8 ore che si passano qui in azienda ma serve soprattutto nelle altre 16 in cui lui o lei vivono la realtà di famiglia, con gli amici, nella vita sociale. Questo è importante.

 

Ci sono mondi e modi diversi di costruire case … nel passato e nel presente. Qual è il tuo modo per equilibrare gli opposti?

Ci sono ragioni culturali profonde. Guardando gli edifici, per come sono costruiti, si capisce molto della storia di un paese. Diciamo che i sistemi costruttivi per gli edifici sono tre fondamentalmente: 1) pietra su pietra o in mattoni; 2) cassero riempimento o cemento armato; 3) strutture rivestimento. Quest’ultimo è il sistema più antico che l’uomo conosca. Una vecchia cascina di 200 anni fa oppure una chiesa antica le vediamo che sono costruite con due sistemi: pietra su pietra e struttura rivestimento (solai, tetti, pareti divisorie … strutture in legno rivestite di legno). Noi abbiamo preso questo sistema antico e lo abbiamo rielaborato in chiave moderna.

Facciamo le strutture in acciaio, per esempio, e rivestiamo l’interno e l’esterno con elementi di edilizia moderna usando anche degli isolanti che sono usati nell’industria aerospaziale per le carlinghe degli aerei. Con il legno una volta si costruiva tutto, viene da dire … anche la croce di Cristo.

 

Come immagini l’abitare nei prossimi 10 anni?

Immagino degli edifici che veramente creino situazioni di benessere, da intendere nel modo giusto. Partiamo dal presupposto che dobbiamo rispettare l’ambiente quindi i nostri edifici devono essere “risparmiosi” dal punto di vista energetico non solo perché devono far risparmiare la persona che compra l’edificio o lo conduce in affitto, ma soprattutto perché se un edificio consuma poco vuol dire che inquina anche poco. Si tenga presente che il 40% dell’inquinamento atmosferico è derivato dall’inquinamento delle case, degli edifici e quindi noi siamo responsabili, come il costruttore, di questo. Immagino un abitare fatto di edifici che non inquinano l’ambiente, edifici isolati acusticamente perché devono rispettare la privacy per evitare anche litigi tra persone che vivono in ambienti adiacenti. Immagino un abitare che protegga l’uomo da eventi sismici.

Anche il terremoto è una creatura del Signore, non si può fermare. È la natura che è così e noi ci possiamo adeguare costruendo edifici che proteggano coloro che vi abitano dentro … e la tecnica c’è. Non dico di arrivare a sollevare le case con la forza elettromagnetica come stanno sperimentando i giapponesi, però possiamo avere edifici che ugualmente ci proteggono quando arrivano le scosse telluriche. Poi immagino edifici adeguati alle esigenze di coloro che sono più in difficoltà, per esempio le persone disabili,  o le persone che lavorando da casa hanno bisogno di ambienti confortevoli. Infine mi auguro edifici che possano costare poco per dare la possibilità ai giovani di uscire dalle loro case dove abitano con i loro genitori il prima possibile per iniziare una vita autonoma, il che non significa “scappare” dai genitori, ma iniziare a diventare autonomi per il lavoro, per la sostenibilità economica della vita, per assumere delle responsabilità. Però noi dobbiamo dare a questi giovani, con stipendi adeguati, sia delle occasioni di lavoro e sia delle abitazioni alla portata.

 

Qual è il segreto per una economia sostenibile?

Il segreto per una economia sostenibile è mettere al centro l’ambiente, la natura con tutte le sue creature. Si può lavorare, fare economia, fare business rispettando l’ambiente e qui c’è anche l’uomo. Non si può prescindere dal Creato, non si può fare business distruggendo ciò che già esiste e ci permettere di vivere. Sarebbe assurdo.

 

Che consigli daresti alle associazioni culturali no profit che non sanno nulla di marketing?

Bella domanda e anche impegnativa. Prima di tutto non sono all’altezza di dispensare dei consigli. Tuttavia, “associazione culturale”, a volte mi fa venire in mente un qualcosa che è un po’ chiuso, un po’ a sé, qualcosa che per entrarci devi chiedere permesso.

Allora, se dovessi dare un consiglio, direi apritevi, accogliete … ma tutti”, veramente tutti per essere inclusivi. Mi sono reso conto che non c’è bisogno di essere scienziati ed avere una cultura profondissima per poter parlare ad un gruppo di persone. Una persona semplice potrebbe raccontarti anche l’ultimo fumetto che ha letto; ma se te lo racconta con le sue emozioni illustrandoti chi è lui veramente e come lo ha interpretato, parlandoti delle sue paure e delle sue aspettative, allora è un’opera d’arte! Quindi ogni persona ti può dare qualcosa e il consiglio è “includi” e fai partecipare il maggior numero di persone perché è attraverso il maggior numero di persone che farai le più grandi e potenti azioni di marketing.

 

Cosa ti sentiresti di dire a un giovane NEET (Not in Education, Employment or Training) e in genere a chi vive un disagio sociale e culturale?

Qua c’è un argomento forte. A un giovane con tale disagio mi sentirei di dirgli “scusa”. Scusa perché se tu sei così io e noi dobbiamo aver sbagliato qualcosa. Tu non dovresti essere così. E se lo sei io mi sento responsabile e per questo ti chiedo scusa prima di ogni altra parola. Poi, devo trovare io il modo per farti ritrovare l’entusiasmo, per farti rivedere la vita a colori, con l’arcobaleno, con i suoi profumi, i suoi suoni e le sue più belle espressioni. Quindi, dopo avergli chiesto scusa, cercherei di far in modo che lui faccia della sua vita un grande capolavoro perché anche dentro quella persona c’è la possibilità di tirar fuori la bellezza e noi dobbiamo impegnarci perché questo accada.

 

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