Io l’aspettavo ieri

Settant’anni di Voce, portati a mano
Viaggio tra le distributrici e distributori che ogni mese portano la rivista casa per casa


L’anima dell’oratorio e il furgone per Paderno

«Contale e inserisci il pieghevole». È la voce del corridoio che si anima. Maria Rosa ha il giro della zona Luce – via Nazionale, via Sabotino, via Monte Grappa – e segue la lista. Dice: «Anche se non sono di Seriate, ho imparato il percorso. A volte inserisco la copia nella cassetta delle lettere, altre volte suono il campanello. A volte mi fermo a fare due chiacchiere». Io registro e prendo nota.

«Non ha le forbici, signore?». Un’altra voce ci interrompe: è un signore che ha fretta di liberare le copie della Voce fresche di stampa, legate da una stretta fettuccia di nylon e da poco accatastate nel corridoio dell’Oratorio San Giovanni Bosco di Seriate. «È il referente di Comonte», ci dice sorridente una simpatica distributrice, passandoci accanto veloce come il vento mentre indica con lo sguardo chi stava chiedendo delle forbici.

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Fuori dall’ingresso si sente il fragore delle portiere posteriori di un furgone Renault Trafic che si chiudono; il mezzo riparte subito verso Paderno con un altro carico di giornali. Spengo il registratore, chiudo il taccuino e ricomincio.

I numeri di Comonte e la precisione di Adriana

«Ho ereditato le mie copie e le consegno ai volontari», ci spiega Roberto – l’uomo delle forbici -, tutto contento di averle finalmente usate e di aver liberato i blocchi dal legaccio. «Io distribuisco nella mia zona, gli altri pensano alla loro. Anche le suore collaborano: sono un punto di riferimento fondamentale per i volontari e per la distribuzione».

Arrivano altre mani che iniziano a dividere sulle sedie i pacchetti, contrassegnati con i nomi degli addetti che verranno a ritirarli. «Sono 1.100 le copie della Voce stampate per tutta Seriate», s’inserisce Adriana con tono preciso, quasi scientifico. «Lui – aggiunge indicando Roberto – è una new entry a Comonte. Lì c’era sempre don Piero che ritirava i giornali e li portava in parrocchia; sua sorella li divideva prima di affidarli alla distribuzione. Poi, dopo la scomparsa di don Piero, don Marcello gli ha chiesto se voleva subentrare. Così ci siamo conosciuti e noi, vecchi del mestiere, gli abbiamo mostrato il da farsi».

Ma Roberto ha molti altri impegni come volontario, eppure il da farsi lo conosce bene e sa fare i conti: «A Comonte servono 75 copie. Io prendo la mia ventina, 25 le porto a Zelda e le rimanenti alle suore, dove passano a ritirarle Graziella ed Elvira, che copre la zona di Brusaporto e via Levata. In tutto il territorio di Comonte, però, gli abbonati sono ben 120». Adriana sa tutto e snocciola i dati: «Qui nella zona Luce sono 238, a Paderno circa 350 e nella zona Serena 107, a San Giuseppe 195. Per posta, invece, se ne spediscono 21».

Il valore dei fatti locali

Passa poi il signor Angelo, che porta il mensile da vent’anni. Oggi distribuisce nella zona Luce 22 numeri, mentre vent’anni fa ne consegnava circa 60. Sottolinea un forte attaccamento dei lettori «alla vita del territorio e alle attività delle associazioni. Ci sono anche notizie più ricercate, più spirituali, rivolte sia agli anziani sia ai giovani – che pure usano nuove tecnologie e nuovi linguaggi. Tuttavia, sono i fatti locali quelli che resistono di più e che coinvolgono davvero chi ci legge».

Nel salone intercettiamo Liliana; ha il suo pacchetto sotto braccio e, prima di andarsene, si ferma disposta a raccontarsi. Ci dice che vive a Seriate da 37 anni: «Ho iniziato con le feste patronali, sia in Parrocchia sia a San Giuseppe, grazie a un’amica di lavoro…». Un’intervista promettente, che viene però interrotta bruscamente: «Devo aprire il bar…». È Patrizia, che parte in quarta: «È un’esperienza che dà soddisfazioni portare queste testimonianze. Ma qual è il problema secondo voi?». Io e Liliana facciamo un balzo all’indietro: «Non lo sappiamo. Qual è?».

«Ormai le famiglie di una volta la prendono la Voce, ma purtroppo quelle nuove non ne vogliono sapere. Va a scemare questa roba qua». A queste parole annuisce anche Liliana. «E quindi la comunicazione, questo modo di trasmettere che è comunque tipico del Vangelo… va a finire come nelle varie parrocchie: la gente non ci va, non partecipa. Oggi le famiglie non hanno più quel rispetto che avevamo noi un tempo. Per noi era doveroso portare rispetto alle persone innanzitutto, poi andare in chiesa, partecipare alla messa, alle funzioni, a qualsiasi iniziativa. Ora non è più così. Vedi i ragazzini che vengono a fare catechismo: vengono solo per la comunione e la cresima. E poi? Dopo la cresima se ne vanno. Perché? Perché l’insegnamento degli adulti è questo? Sono o non sono i genitori che non partecipano? E chi semina? Quali sono gli esempi? Non dovremmo essere noi, più maturi, a dare l’esempio? I ragazzi, al giorno d’oggi, non hanno esempi. Io la penso così. Dopo, se lei non la pensa come me…». No, no, troppe domande: mi ritiro. 

Il cambiamento dei giovani e le 11 copie di Liliana

Patrizia viene interrotta da due passanti che reclamano una torta; deve assolutamente tornare al bar, ma prima di lasciarci ci tiene a precisare il suo pensiero:

«Portare una testimonianza, anche a voce, è una bellissima cosa», concede, «il problema è che il mondo cambia, le famiglie cambiano. E in questo cambiamento dobbiamo trovare noi il modo di metterci in gioco. Bisognerebbe inventarsi qualcosa per coinvolgere i ragazzi partendo dai loro bisogni. Oggi l’oratorio è poco frequentato perché i giovani non accettano le regole, e per stare in comunità le regole servono. Ormai non rispettano più niente, a volte nemmeno i genitori. Forse l’oratorio dovrebbe aprirsi alla musica, fare qualcosa che piaccia a loro… Però se porti la musica, rischi che arrivi anche la delinquenza. Perché ormai i ragazzi difficili sono tanti, quelli buoni sono pochi. Intendo dire: se offri questo salone per fare, che so, il karaoke, magari arrivano ragazzi di un certo tipo e tutti gli altri se ne vanno. E poi ci vorrebbe qualcuno di preparato per gestirle queste cose, per fare animazione. Noi abbiamo un’altra età, apparteniamo a un altro tipo di manifestazioni».

Mentre Patrizia si allontana verso il bar, riprendo il filo con Liliana, che è rimasta lì ad ascoltare con pazienza.

«Io sono a Seriate da 36 anni», racconta. «Sono arrivata a giugno e a settembre avevo già iniziato. Una mia amica, Margherita, quando ha saputo che mi trasferivo qui mi ha detto: “Allora sei pronta?”. E sono partita subito». Le chiedo cosa le sia rimasto di più bello di questa lunghissima esperienza. Gli occhi le si illuminano di nostalgia: «C’era un clima bellissimo, eravamo tutti contenti e lavoravamo sodo. Ma la cosa più bella era la sera: ci si ritrovava tutti insieme a fare il resoconto della giornata. Ricordo che c’era una signora, una delle tante che riceveva la Voce, che faceva la pasticcera. Ci mandava sempre i pasticcini, noi aprivamo una bottiglietta e festeggiavamo. Eravamo davvero come una grande famiglia».

Oggi, però, i tempi sono cambiati anche per lei e per suo marito, con cui ha condiviso una vita intera di volontariato, dalle feste parrocchiali fino all’AVO (Associazione Volontari Ospedalieri). «All’inizio distribuivo una cinquantina di copie», spiega Liliana, «adesso ne sono rimaste solo 11. Ho dovuto dividere la zona con un altro distributore perché mio marito purtroppo è ammalato e non può più guidare, e io non ho la patente. Ho tenuto giusto un pezzettino di strada, un pezzettino di zona, per farlo uscire e fargli fare ancora qualcosa, visto che ha sempre fatto tanto per gli altri».

Le chiedo perché, dopotutto, sia ancora così importante avere in casa la Voce. «Per sapere cosa succede in parrocchia, per sentirsi parte di qualcosa», risponde con una punta di commozione. «Negli ultimi anni non abbiamo partecipato molto alle attività perché ormai la sera non usciamo più, e purtroppo nemmeno di giorno. Ci sentiamo un po’ tagliati fuori da tutto. Anzi, se qualcuno ci viene a trovare, anche solo per fare due parole, ci fa davvero un enorme piacere… mio marito non è allettato, ma insomma, la situazione è quella che è. Però abbiamo avuto momenti splendidi con le feste. Ci si trovava, ecco. Oggi invece è così difficile coinvolgere i giovani».

La ringrazio, stringendole la mano. «Grazie a lei», mi saluta Liliana con un sorriso dolce, mentre stringe il suo mazzetto di undici copie, pronte per essere consegnate, una cassetta delle lettere dopo l’altra.

Mirella e il richiamo della cronaca

Mi stavo preparando per raggiungere le distributrici della zona Risveglio – a Paderno, per capirci – quando in coro mi trattengono: c’è da ascoltare Mirella. Anche lei barista e, ovviamente, volontaria multiruolo dinamica come un tornado. «Sono entrata da pochissimo, nell’agosto dello scorso anno», esordisce volando basso. Ma noi insistiamo e lei rimane, regalandoci un’opinione che parte semplice e finisce per colpire al cuore: «A me piace questo servizio, vedo che le persone che ricevono la Voce la aspettano davvero. Sai, le persone sole attendono quel momento anche solo per vedere qualcuno. Percepisco che il giornale fa un’enorme compagnia. Io vengo da Boccaleone e ricordo che mia mamma aspettava con ansia il bollettino del quartiere per sapere cosa succedeva».

A questo punto il discorso comincia a volare alto e gli occhi di Mirella si scaldano, seguendo il timbro della voce: «Gli anziani, non vivendo più la realtà attiva del paese e non usando i social o Facebook, sentono forte la necessità di conoscere i fatti, la cronaca, una buona notizia. Ti faccio un esempio: io adesso ritiro le mie copie e, se non vado a consegnarle domani mattina, qualche signora potrebbe già lamentarsi: “In che manera? L’è mia gnamò ariada la sciura de la Us?” (Ma come? Non è ancora arrivata la signora della Voce?). Poi, quando mi vedono, io cerco sempre di svincolare perché ho mille impegni, ma capisco perfettamente quello che provano. Hanno il desiderio profondo di scambiare due parole, anche perché il vissuto dell’oratorio e della parrocchia passa da lì, da quei dialoghi tra anziani: “T’el set che l’è morta chesta?”, “T’el set che l’è malada chell’otra?”. Le classiche cose che si dicono tra persone di una certa età… della quale, in fin dei conti, faccio parte anch’io!».

Mirella ride di gusto. E, insieme a lei, rido pure io.

I due pini da guardia e il rito dell’attesa

Sto per avviarmi verso Paderno quando, proprio sotto i due pini altissimi che fanno da guardia all’ingresso dell’oratorio, incontro Giovanni e Antonella. Sono una coppia affiatata: parlano completandosi le frasi a vicenda, come se distribuissero insieme anche i pensieri.

«I nostri abbonati sono quasi tutti anziani», spiegano. «Persone che escono poco di casa e aspettano il bollettino per mantenere un legame profondo con la parrocchia, con la vita della comunità e con il paese, sia a livello religioso sia civile. Una volta ci era capitata una famiglia giovane, ma l’anno dopo ha disdetto. Da allora, abbiamo solo la vecchia guardia».

Negli occhi di entrambi balena un ricordo dolce: «Una volta, una nostra lettrice ha compiuto gli anni e i nipoti le hanno fatto una sorpresa, facendo pubblicare un articolo sulla Voce di Seriate. Lei era felicissima, orgogliosa. Ecco, vedere la gioia di quella signora per noi è stato il massimo».

Tuttavia, il loro è un volontariato discreto, quasi invisibile. «Di solito infiliamo il giornale nella cassetta delle lettere e scappiamo a fare le nostre cose, quindi un vero rapporto sociale non c’è. Entriamo in casa solo una volta all’anno, quando passiamo a riscuotere la quota dell’abbonamento. Però capitano quei piccoli gesti… Se vedi che sta per piovere, suoni al campanello per dire: “Vuole che glielo porti su?”. Di solito rispondono: “No, no, scendo io”, ma quel “grazie” basta a ripagarti. Purtroppo, però, capita sempre più spesso che a risponderci siano i figli o i parenti, per dirci di interrompere le consegne perché l’anziano è venuto a mancare».

È un distacco netto. «I giovani non sono interessati», continua Giovanni. «A volte provo a spiegare che l’abbonamento è già pagato per tutto l’anno, e allora mi dicono: “Va bene, se proprio deve lasciarlo lo metta pure”. Ma finché la persona è in vita, l’attesa è sacra. Una volta siamo passati il giorno dopo perché veniva giù un diluvio universale; volevamo evitare che le copie si bagnassero nella cassetta. Quando abbiamo suonato, una signora ci ha rimproverato: “Ma io vi aspettavo ieri!”. Era rimasta lì ad aspettarci tutto il giorno. Da allora, appena ritiriamo i giornali, corriamo subito a consegnarli per non deludere chi è alla finestra».

«Anche la signora Ciocca è sempre lì che aspetta», sorride Antonella. «E la prima cosa che aprono è la pagina dei necrologi. Alla loro età è un modo per stare vicini ai ricordi, per vedere se se n’è andato qualcuno che conoscevano. Ormai facciamo questo servizio da più di diciotto anni, e nessuno ci ha mai chiesto di cambiare qualcosa nella struttura del giornale. Per gli anziani questo modo di comunicare ha ancora un senso immenso: hanno bisogno di sfogliare la carta, di toccarla. Per i giovani invece non c’è più spazio su queste pagine: se vogliono una notizia, vanno direttamente sul sito internet».

Ringrazio la coppia per il tempo dedicato. Pochi passi più in là, incrocio un altro sguardo. Ha l’aria di chi conosce bene quella stessa solitudine di cui mi hanno appena parlato. È Tino. Lui ha iniziato a distribuire la Voce solo da un anno, da quando è mancata sua moglie… una sorta di passaggio di testimone, dato che lei lo faceva da una vita intera.

Il ricordo di Tino e il passato in tipografia

Gli chiedo cosa ricordi di quel passato, di quando sua moglie tornava a casa dopo il giro di consegne. Tino sorride di nostalgia: «Lei faceva il suo, era contenta. A volte mi raccontava di quello che non voleva più il giornale e lo toglieva dalla lista… Prima le copie erano tante, più di quindici; adesso nella mia zona, in via Tasca, sono rimaste solo sette. Tanti abbonati storici purtroppo sono morti, altri hanno disdetto. E non è per una questione di soldi, sa? Basta la morte del coniuge … e tutto cambia».

Tino si ferma un istante. «Mia moglie è morta un anno fa», ripete, come a voler rimettere in fila i pensieri. Ricorda di come lei vivesse la distribuzione non come una semplice consegna, ma come un rito sociale. «Mia moglie stava lì a chiacchierare anche mezz’ora. Gli anziani la aspettavano. Non si stancava mai, si raccontavano tutto. C’era un signore che abitava proprio di fianco alla Lidia… ora è morto anche lui, da tanto tempo. Ma con la scusa di portare il giornale, mia moglie entrava, si metteva lì a bere il tè e a parlare. Idem nella zona della Ferrari, o dalla signora Annalisa del forno, sempre in via Tasca. Restava su a parlare con tutti. Io allora stavo in disparte, per quello il giro lo ha sempre fatto lei».

Per Tino la carta stampata è un pezzo di cuore e di vita, e non solo per la parrocchia. C’è un segreto professionale dietro le sue mani ruvide: «Io lavoravo in tipografia», racconta con un guizzo d’orgoglio. «Lavoravo all’Industria Grafica, vicino ai Frati Cappuccini. Stampavamo di tutto: riviste per la Francia, giornalini, libri scolastici, persino volumi importanti sulla città di Bergamo. Portavo sempre a casa qualcosa da leggere».

Oggi, da vecchio tipografo, guarda il presente con realismo e un pizzico di amarezza: «Adesso il mondo dell’editoria è cambiato, la carta non va più così tanto. Lì dove abito io non legge più nessuno. Persino i volantini dei supermercati con gli sconti di Seriate: prima la gente li controllava, ora li buttano via ancora sigillati, i servizi di pulizia passano e raccolgono i mazzi intonsi. Non si salva niente. Anche quando mettiamo nelle cassette le buste per la festa del dono… niente. Nel palazzo ci sono tanti inquilini nuovi, anche italiani, ma non partecipano. È cambiato tutto. È cambiato il mondo».

Gli chiedo se abbia un’idea su cosa si possa fare in questo mondo così mutato. Tino scuote la testa, con la saggezza disillusa dei suoi anni: «E come si fa? Oggi i giovani pensano solo a divertirsi e basta. E i volontari non si trovano più. Io stesso ho fatto tanto: per trentaquattro anni sono stato un volontario attivo, ma adesso ho lasciato anch’io perché sono stanco. A forza di stare in piedi facevo anche trenta chilometri a settimana. Ora ogni tanto vado dalla fisioterapista; mi ha spiegato che a lavorare sempre senza camminare bene i muscoli ne risentono. Dopotutto gli anni passano… mia moglie era del ’44, io il 30 giugno scorso ho compiuto 82 anni. Gli anni sono tanti, ma non mi lamento. Li ho fatti tutti qui».

Gli faccio i complimenti per la sua lucidità e per la sua strada percorsa. «Dai, grazie Tino, grazie mille davvero».

Il reportage: Voci da Paderno (Zona Risveglio)

A Paderno, nella zona Risveglio, l’aria è diversa ma le dinamiche si ripetono. Qui la distribuzione è una macchina mossa da dinamiche di squadra. «Io sono solo l’aiutante! Se non ci fosse Oliviero, le buste non arriverebbero più a nessuno», scherza Milena. Ma Oliviero, che è il responsabile della zona, non ci sta: «Non è vero che fai solo l’aiutante, sei una tuttofare! Io gestisco i soldi e le ricevute, d’accordo, ma il lavoro si fa insieme».

Il crollo dei numeri: da 1.000 a 338 copie

Seduti attorno a un tavolo, si fa un bilancio storico. Trent’anni fa la Voce viaggiava su numeri impressionanti. «C’è una bella differenza rispetto a tre decenni fa», racconta Oliviero. «Sia come quantità di abbonamenti sia come presenze. Un tempo, solo nella nostra zona, portavamo fuori più di mille copie. Oggi, in tutta Seriate, la tiratura totale è di circa 1.100 numeri; a Paderno ne sono rimasti appena 338, distribuiti da 17 volontari. I dati a computer mostrano un calo verticale soprattutto nell’ultimo decennio».

La colpa? Il motivo è quasi banale, eppure inesorabile: «La gente invecchia e muore. E i figli non rinnovano l’abbonamento. Certo, i giovani oggi preferiscono internet e i social, ma c’è il rovescio della medaglia: gli anziani non sanno usare il computer. Servirebbe un sistema misto, un doppio abbonamento: cartaceo per i vecchi lettori e digitale, magari curato proprio dai giovani, per le nuove generazioni».

«Troppa teoria, vogliamo la cronaca del paese»

Mentre sfogliamo una copia della Voce, emerge una critica diffusa tra i lettori di una certa età, legata non solo ai caratteri di stampa troppo piccoli per chi è ipovedente, ma ai contenuti.

«Molti anziani fanno fatica a leggerla e si lamentano», spiegano i volontari. «Un tempo preferivano vedere e leggere le cose di Seriate. Oggi ci sono articoli generici, riflessioni teologiche e temi approfonditi, scritti benissimo, per carità, ma che alle persone anziane interessano fino a un certo punto. Loro vorrebbero vedere la vita pratica del territorio: i lavori in corso al cimitero, il restauro della chiesina di Sant’Alessandro a Paderno, il rifacimento del ponte… Vogliono sapere cosa succede sotto casa».

Le nuove leve: Nadia e Marco

Al gruppo si uniscono Nadia e Marco, due distributori della zona Risveglio che si muovono insieme. Per loro, camminare non è un peso. «Ci divertiamo», racconta Nadia. «Ci piace camminare, perciò andare in giro per le vie a consegnare il giornale è un piacere. Io sono cresciuta in questa zona, quindi conosco quasi tutti, almeno di vista. Le persone sono molto cordiali: ci scambiamo una parola, una battuta sulla giornata. Per molti anziani soli, la Voce è come un amico che entra in casa, un aggancio alla vita della parrocchia».

Il loro impegno è nato per amicizia, sostituendo Giancarlo, un volontario storico che si è dovuto ritirare. Se la Voce un giorno dovesse chiudere per i costi esorbitanti della carta? «Per noi cambierebbe poco, andremmo a camminare lo stesso», ammettono con pragmatismo. «Ma per gli anziani soli sarebbe un dramma. Una persona di quasi ottant’anni non può imparare a usare il computer o lo smartphone dall’oggi al domani. Il giornale cartaceo lo sfogli, guardi le figure… per loro è insostituibile».

La nostalgia della “Festa del Dono” e delle consegne a tappeto

La consegna a mano, del resto, custodisce un valore umano che si sta perdendo. Ricordano quando si passava di casa in casa a vendere i biglietti della lotteria di Paderno o a raccogliere le offerte per i fiori della chiesa: c’era un contatto diretto a tu per tu con la gente. Poi, le cose sono cambiate.

«Fino a una decina di anni fa, a dicembre, la Voce veniva portata gratuitamente a tutte le famiglie di Seriate, indistintamente», ricorda un volontario della vecchia guardia. «Si lasciava il giornale e un libretto in dono, e poi si passava a ritirare la busta per la Festa del Dono. Era un impegno enorme, c’erano tantissimi volontari, persino i genitori del catechismo venivano coinvolti. Quando si è deciso di interrompere questa tradizione per motivi di costi e di distribuire la copia solo a chi era già abbonato, c’è stato un crollo verticale, sia di copie sia di volontari. Oggi nessuno vuole più fare il ricambio generazionale. Se ci fermiamo noi della vecchia guardia, la zona Risveglio chiude».

Laura e i 32 anni di volontariato

Tra i presenti c’è anche Laura, un’altra colonna del centro pastorale di Paderno. «Io qui ho fatto di tutto», racconta. «Ho venduto le torte per 32 anni, fin dai tempi di Don Gigi. Ho fatto parte della San Vincenzo per un’infinità di anni, poi il bar dell’oratorio, le feste… Quando è arrivato il Covid, molti anziani della San Vincenzo sono morti, e molte cose sono finite lì. Anche con la Voce nella mia zona abbiamo perso tantissimi abbonati. Ricordo bene quando distribuivamo le copie a tutto il paese, ne portavamo a centinaia! Oggi siamo passati da 25 copie a 13. È un mondo che finisce».

Dalla carta all’Intelligenza Artificiale: la natura umana non cambia

Mentre ci avviamo verso la conclusione dell’incontro, il discorso scivola sul futuro della comunicazione e sulle nuove tecnologie che avanzano, inclusa l’Intelligenza Artificiale.

«Io sono abbastanza scettico», confessa Oliviero. «Quando si arriva a una certa età, le novità si accolgono sempre con un pizzico di diffidenza. Però, se usate bene, sono cose importanti ed efficienti. Il problema è il pericolo che ci sta dietro. Oggi i giovani corrono troppo, guardano i titoli veloci su Instagram, seguono dinamiche strane sui social e spesso fanno sciocchezze. È un po’ come l’energia nucleare: se utilizzata nel modo giusto sarebbe un’ottima alternativa energetica, ma ci abbiamo fatto due bombe atomiche. Dipende sempre da chi usa questi strumenti. La realtà è che chi comanda guarda troppo ai propri interessi ed è difficile che usi il progresso in modo equilibrato. Dai tempi di Caino e Abele la natura umana è sempre la stessa, non è cambiato molto. Solo che Caino ha ucciso un fratello a mani nude, oggi invece facciamo le cose in grande».

Ci salutiamo con una promessa, scambiandoci i contatti email per recuperare i dati storici salvati a computer. «Ci vediamo a settembre per l’incontro con i giornalisti sulla comunicazione nelle parrocchie», mi dicono.

«Va bene, a settembre! Buon lavoro a tutti».

La memoria storica e l’anima della Voce

Dietro le quinte della Voce, però, non ci sono solo i distributori che battono le strade sotto la pioggia e il vento, ma una vera e propria macchina editoriale che per decenni ha pulsato nel cuore di Seriate. Una macchina fatta di nottate a correggere bozze, tipografi improvvisati, gite sociali e un legame d’acciaio con il territorio. 

Per sbottonare questa straordinaria memoria storica, l’appuntamento si sposta nella saletta degli uffici parrocchiali. Attorno al tavolo ci sono Lidia, Nazareno, Adriana e Matilde pronti a intrecciare i loro ricordi.

Il “giallo” del fondatore e le gite delle cinquanta distributrici

Nella saletta che un tempo era per la consultazione della raccolta storica della Voce parte il racconto di Lidia. Suo padre, Guido Serighelli, è stato uno dei padri fondatori della Voce nel lontano 1956, insieme a monsignor Guglielmo Carozzi. «Ricordo che monsignor Carozzi ripeteva sempre a mio papà in dialetto: “Oter sì macc a fà ol giornàlì chel costa tròpp!” (Siete matti a fare il giornalino, che costa troppo!). Eppure, con la buona volontà e tanti collaboratori – tra cui don Andrea Carminati e le firme storiche dei maestri Diconza e Melocchi, del ragionier Nespoli e del geometra Gaiti – sono partiti. All’inizio erano solo quattro pagine, grandi come un foglio di protocollo. I sacerdoti davano il loro contributo, e il parroco scriveva l’articolo di fondo».

Guido Serighelli non era un distributore, era il motore pratico: raccoglieva gli articoli, impaginava, portava le bozze in tipografia. Ma, soprattutto, coccolava il suo esercito di volontarie: «Mio papà curava il gruppo delle distributrici, che allora erano una cinquantina. Tutti gli anni, a giugno o luglio, organizzava la gita sociale in pullman del noleggio Noris. Si sceglieva un santuario della zona – siamo stati alla Madonna della Guardia, e persino in Svizzera a trovare un sacerdote – e si partiva. Chi voleva mangiava al ristorante, chi preferiva portava la schiscetta e mangiava sul prato. Era il riconoscimento che la parrocchia dava a queste persone per il loro tempo regalato. E a Santa Lucia ci si trovava nella vecchia casa parrocchiale per la riunione: si mangiava il panettone, il parroco faceva il resoconto e le incitava a cercare nuovi abbonati per tenere alto il numero. C’era un entusiasmo pazzesco».

A quei tempi, la logistica era divisa in grandi centri di smistamento periferici: «I giornali si ritiravano in tipografia e si portavano in macchina nelle tre zone di riferimento: l’asilo parrocchiale, l’asilo Bolognini (che copriva anche Paderno) e le Missionarie Eucaristiche. Lì la suora incaricata divideva le copie sulle sedie in base ai faldoni delle distributrici, esattamente come si fa oggi all’oratorio. C’era un ricambio continuo: quando una moriva, un’altra prendeva il suo posto. Oggi non è più così».

L’ufficio dalle 18:00 alle 19:30 e il pioniere del videomaking

Aggiunge dettagli preziosi Nazareno Barcella, per tutti “Sandro“, che negli anni ’80 e ’90 gestiva la redazione della Voce, aperta tutti i giorni in un ufficio adiacente alla casa del parroco, oggi completamente ristrutturato. «L’ufficio era aperto ogni sera dalle 18:00 alle 19:30. Ognuno di noi volontari aveva il suo giorno fisso di segretariato: Lidia andava il lunedì, Matilde il martedì, io il mercoledì e Adriana il venerdì. Lì arrivava la gente alla buona: chi portava la foto del defunto da pubblicare, chi voleva una copia arretrata, chi consegnava gli avvisi dei compleanni o gli articoli scritti a mano la sera».

Nazareno ricorda che la vecchia sede era collegata al Cinema Aurora, prima della grande ristrutturazione totale della zona. Rammenta con un sorriso anche i suoi primi passi in oratorio insieme a Mario Venturi (poi diventato sindaco) e a Camillo Camozzi (poi diventato sacerdote): «Si puntava tantissimo sulla sfilata dell’Epifania del 6 gennaio e sulla festa del dono. In oratorio c’era un curato eccezionale, don Antonio Bolis. Era un pioniere assoluto, faceva il videomaker quando nessuno sapeva cosa fosse! Registrava tutto, amava fare filmati, aveva una videoraccolta importantissima delle attività dei giovani e andava persino in montagna a sciare con la telecamera in spalla. Noi passavamo le serate lì con lui».

Quando a Seriate c’era una vera stamperia

C’è una pagina di storia tecnologica della Voce che pochi ricordano, ed è legata agli anni ’70 e all’arrivo di monsignor Labindo Serughetti, un parroco innovatore ma dal carattere rigido. Fu lui a dividere il paese nelle quattro zone storiche, inclusa la zona Cerioli. «Monsignor Serughetti volle una stamperia in proprio. Il signor Mazzola, che lavorava nella stamperia della Banca Provinciale Lombarda, vide i nostri mezzi rudimentali e spiegò come mettere in piedi una stampa professionale per tirature da quattromila o cinquemila copie. La parrocchia acquistò così una macchina offset, un cubo di circa sessanta centimetri di lato, e le attrezzature per le lastre in alluminio».

Mentre Adriana precisa che il “giornalone” principale veniva comunque stampato dalla storica tipografia Mazzoleni di Seriate (e Lidia ricorda i passaggi successivi da Secomandi, Stefanoni e infine a Ranica), Nazareno spiega la vera funzione della offset parrocchiale: «Serviva per i foglietti delle zone, i calendari e soprattutto per l’inserto pubblicitario. Il negozio Finazzi aveva bisogno di fare promozione. Stampavamo il suo bigliettino in offset»,  poi – continua Lidia – «andavamo in via Monte Ortigara dalle suore Orsoline o nella trasversale di via Locatelli a Bergamo. Lì, io e mio fratello passavamo le serate a inserire manualmente le pubblicità all’interno del bollettino parrocchiale, come lo chiamavamo allora». Riprende Nazareno: «Il ragioniere della parrocchia, Federico Pelliccioli, mi diceva che grazie alle entrate di Finazzi avevamo quasi interamente ammortizzato il costo del macchinario». Poi, aggiunge nuovamente Lidia: «con l’arrivo del nuovo parroco, don Angelo Paravisi – che era più un pastore d’anime vecchio stampo -, la macchina offset venne eliminata perché considerata una gestione troppo complessa, ma l’attività della Voce andò avanti, mantenendo i suoi storici rettangolini pubblicitari di parrucchieri, medici e assicurazioni che coprivano le spese di carta e stampa».

«I morti salvano i vivi» e lo scetticismo sul futuro

Il dialogo si sposta sulla natura profonda del giornale. C’è stato un tempo in cui le pagine dei defunti erano lunghissime, e i preti protestavano per lo spazio occupato. Lidia ricorda una battuta folgorante del passato: «Don Angelo Oldrati si lamentava perché mio padre gli portava quaranta o cinquanta foto di defunti a numero e l’impaginazione diventava un’impresa. Ma mio papà gli rispondeva sempre: “Don Angelo, i morti salvano i vivi!”, perché la gente acquistava il giornale proprio per quel ricordo, e i soldi delle foto portavano avanti il bilancio del bollettino».

Oggi la Voce è cambiata, e le intervistate non nascondono un pizzico di critica costruttiva: «Io leggo L’Eco di Bergamo sull’iPad alle undici di sera, quando metto a letto mia mamma di 97 anni», confessa Lidia. «Ma la Voce la preferisco ancora sulla carta. Eppure, negli ultimi tempi, faccio fatica a capirla. Ci sono troppi articoli teorici, temi alti e rubriche generiche che a un anziano interessano poco e mettono quasi l’ansia. Il titolo stesso del giornale a volte è enigmatico. Noi siamo nati come bollettino parrocchiale e vorremmo leggere le notizie di Seriate: gli orari degli uffici comunali, le scadenze delle carte d’identità, i lavori stradali, i lavori al cimitero, le novità sulla biblioteca, gli incontri delle associazioni locali. Il giornale deve avere mordente, deve parlare della vita viva del paese».

Adriana guarda in faccia la realtà: «Di recente è morta una nostra volontaria a San Giuseppe, e il suo giro di consegne ce lo siamo momentaneamente caricati noi in aggiunta al nostro; ci vorrebbero dei volontari in più». E sulla periodicità, data la drammatica carenza di forze fresche, Lidia lancia una proposta drastica: «Le distributrici rimaste sono tutte anziane, non si possono mandare in giro sotto il sole o la neve a 85 anni. Per me, la Voce non dovrebbe più uscire tutti i mesi. Farla bimestrale o trimestrale ridurrebbe i costi, darebbe respiro alle poche distributrici rimaste e permetterebbe di fare numeri più ricchi e concentrati sulla nostra comunità».

Il legame profondo con la “Buona Stampa”

La conversazione si allarga a comprendere l’intero ecosistema della stampa cattolica di un tempo. Negli uffici parrocchiali si ricorda che la redazione gestiva anche l’arrivo e la consegna settimanale di Famiglia Cristiana, che a Seriate vendeva circa 120 copie a settimana (esclusa Comonte che si autogestiva). Le “zelanti distributrici” erano spesso le stesse della Voce, oppure si cercavano forze fresche. Nella zona di San Giuseppe, ad esempio, l’impegno del venerdì veniva affidato temporaneamente ai ragazzi del catechismo o alle loro mamme.

Proprio la zona di San Giuseppe rappresenta un esempio unico di dedizione logistica. Matilde e Adriana spiegano un dettaglio che fa capire la bellezza di questa rete: «A San Giuseppe c’è solo la chiesa, non abbiamo un oratorio o un ufficio che faccia da punto di riferimento. Per questo, da cinquant’anni, ritiriamo noi le copie in auto qui alla sede centrale dell’Oratorio (zona Luce) e le portiamo direttamente a casa delle singole distributrici di San Giuseppe, per evitare che donne di una certa età debbano camminare troppo solo per l’approvvigionamento».

La Voce, del resto, mosse i suoi primissimi passi in perfetta sinergia con la tradizione della “Buona Stampa” bergamasca. Come ricorda Adriana, il primissimo numero in assoluto della testata fu rinvenuto da Bruno Passera: non era un giornale a sé stante, ma un inserto locale stampato all’interno de La domenica del Popolo, il settimanale diocesano della Curia legato a L’Eco di Bergamo. Da quell’antico legame con il capoluogo, Seriate scelse poi di rendersi autonoma, tracciando una propria via indipendente per difendere la biodiversità dell’informazione parrocchiale.

Un filo di carta che unisce i vivi e i morti

Ci salutiamo pensando ai menabò ingialliti e i registri degli abbonamenti riposti negli armadi degli uffici pastorali. Ascoltando i ricordi di Lidia, Nazareno, Adriana e Matilde, si comprende chiaramente come l’anima profonda della Voce non sia mai risieduta soltanto in chi la scriveva o la stampava, ma nella straordinaria capillarità di chi l’ha portata in giro a piedi per settant’anni, sfidando il tempo.

È un’eredità fatta di piccoli gesti: una fettuccia di nylon tagliata di fretta, un tè caldo bevuto nel salotto di un’anziana isolata, undici copie strette sotto il braccio per far sentire un marito ammalato ancora utile al mondo.

Il mondo fuori cambia a una velocità vertiginosa, corre sulle frequenze invisibili dei social e sperimenta i codici dell’Intelligenza Artificiale, ma tra le strade di Seriate resiste un bisogno umano che nessun algoritmo potrà mai sostituire: il desiderio di un saluto sull’uscio di casa, lo sfogliare lento di una pagina di carta, l’attesa di quel bollettino che ogni mese unisce i vivi e i morti di una stessa comunità. E finché ci sarà qualcuno alla finestra ad aspettare, ci sarà un volontario pronto a camminare per non deluderlo.


1 L’inciso dei dati e della speranza
Lo sguardo amaro di Patrizia fotografa una crisi che stringe l’Europa, ma che non rispecchia il resto del mondo. Secondo gli ultimi dati dell’Annuario Statistico della Chiesa e le proiezioni del Pew Research Center, i cattolici a livello globale hanno superato quota 1,39 miliardi. Se nel Vecchio Continente le chiese si svuotano e la pratica religiosa scema (l’Europa è l’unico continente a registrare un calo costante di battezzati), il messaggio del Vangelo sperimenta una fioritura straordinaria altrove. In Africa, i cattolici sono aumentati del 2,1% in pochi anni, e dinamiche simili di forte crescita si registrano in diverse aree dell’Asia. Il sociologo delle religioni Philip Jenkins, nella sua celebre teoria sulla “prossima cristianità”, spiega che non siamo di fronte alla fine del cristianesimo, ma al suo spostamento geopolitico: il baricentro della fede si è trasferito stabilmente nel Sud del mondo. Lì, dove le comunità sono giovani e la comunicazione interpersonale è ancora la linfa della società, il “seminare” di cui parla Patrizia trova un terreno fertilissimo, rilanciando la speranza di un messaggio che non si spegne, ma cambia semplicemente casa.

2 Spesso chiamate office offset o table-top offset, una macchina offset nuova di piccolo formato / Monocolore  (es. macchine da “piccola tipografia”) negli anni ’50 costava tra i tra i 3 e i 5 milioni di lire. Erano i modelli entry-level, ideali per la transizione dalla faticosa stampa a caratteri mobili (tipografica) a quella planografica.Per dare un senso a queste cifre nell’Italia del boom economico, basti pensare che negli anni ’50:Lo stipendio medio di un operaio o di un impiegato oscillava tra le 30.000 e le 50.000 lire al mese.Una Fiat 500 (lanciata nel 1957) costava circa 465.000 lire.Comprare un appartamento in una zona centrale o semicentrale di una città di medie dimensioni richiedeva tra i 2 e i 4 milioni di lire.Di conseguenza, acquistare una macchina offset monocolore da 5 milioni di lire equivaleva a spendere il corrispettivo di oltre 10 automobili utilitarie o a impegnare il valore di un intero condominio di appartamenti. .