Avviciniamoci alla mangiatoia

Ormai le doglie del parto si fanno sentire.
Mi ha sempre colpito pensare ai vocaboli con cui l'uomo indica questo particolare tempo in cui si "aspetta un bambino":

dal banale "incinta", cioè "senza cintura", che viene dall'antico uso di vestirsi con tuniche per cui crescendo la pancia si toglieva la cinta; per passare al mediocre bon ton di "è in stato interessante"; fino al denso "gravidanza", che corrisponde all'inglese "pregnance" che dice il plasmarsi della vita per cui la madre viene impreziosita perché impregnata di vita nuova, di vita potente (grave).

In tedesco invece si usa una sfumatura particolare: "in der Hoffnung", in speranza. Noi siamo così oggi: il mondo, la terra, la vita di ognuno è "in der Hoffnung", in speranza.
Con questo termine abbiamo iniziato questo cammino di Avvento, con questo sentimento ci avviciniamo oggi alla mangiatoia.

Il verbo "concepire" non si usa soltanto per indicare il feto nel grembo ma il verbo concepire noi lo usiamo anche per indicare qualche cosa che comincia a nascere nella nostra mente.
Diciamo:
ma come si fa a "concepire" una cosa del genere?!
ma che "concezione" ha quello lì della vita?!
Cosa vuol dire che Cristo viene concepito in noi?
Come può sussultare il nostro grembo come quello di Elisabetta?

Ho pensato a quelle situazioni in cui ad un certo punto spunta nella tua mente un pensiero di bene, un'intuizione di verità, una scintilla di energia nuova di vita. Non è un attimo isolato ma diventa qualcosa che si muove e ti cresce dentro, che scalcia in te.
In queste situazioni cominci a sentire "nausea" (guarda caso) per tutto quello che hai fatto fino a quel momento.
Hai "le voglie" (sic) di qualcosa di nuovo, di diverso, di pulito.

Quando nasce Gesù, però, viene messo in una mangiatoia, e quindi viene deposto al posto di ciò che deve essere mangiato.
L'inizio della sua vita è esattamente speculare alla sua fine, quando lui stesso, da adulto, la sera prima della sua morte per passione prenderà il pane e dirà "questo è il mio corpo, prendete e mangiatene".
La mangiatoia della nascita e il piatto dell'ultima cena raccolgono quel Gesù che si depone al posto di ciò che deve essere mangiato.

Questo perché vuole insegnarci che l'amore quello vero che si fa vita, non puoi mai essere solo una cosa di testa, di idee, di calcoli, ma ha bisogno di pancia, di entrare dentro, di diventare vita.
Non per nulla ci viene spontaneo dire: ti mangerei di baci.

Oggi ognuno di noi è chiamato a diventare la mangiatoia che accoglie Gesù appena nato e la realtà della nostra vita può essere trasformata in un presepio.

Per fare un presepio servono innanzitutto le montagne.
Le abbiamo: pensiamo alle montagne del bello dell’amore, di generosità, di lavoro, di premura, di sacrificio, di sogni che ogni giorno mettiamo in atto per il bene di chi amiamo.
 

E la neve? Basta spargere la lucentezza della tenerezza.

Serve il cielo buio con delle stelle che brillano.
Quanti impegni brillerebbero nel quotidiano più buio se facessimo le cose di sempre, quelle più normali e banali, con un po’ più di cuore e di attenzione alla qualità dei rapporti.

Servono poi le lucine piccole, che illuminano e colorano.
È lo spazio della preghiera: non servono grossi fari, ma piccole lucine intermittenti messe negli angoli nascosti.

Servono poi le statuine. Quante persone abbiamo nel cuore, basta solo aprire gli scatoloni impolverati dell’intimità.

Ci sono poi gli angeli. Sono i nostri desideri che danzano fra le stelle.

Manca un’ultima cosa: arrivare e fermarsi a contemplare il Dio Bambino, che si lascia deporre nella semplice, umile e ruvida mangiatoia, come semplice, umile e ruvida è la nostra vita.
Lo sguardo di un neonato ti strappa sempre un sorriso.

Guardiamo a Gesù Bambino nella mangiatoia e rendiamoci conto che “non c’è nascita e quindi speranza in cui l’uomo e Dio non siano coinvolti insieme.
Dio non può farcela da solo:
per realizzare il suo sogno Dio deve poter entrare nei sogni dell’uomo e l’uomo deve poter sognare i sogni di Dio
” (A. Heschel).

Questo articolo è stato pubblicato in PASTORALE da Mons. Giulio Dellavite . Aggiungi il permalink ai segnalibri.

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