Via Crucis con il Vescovo
Cattedrale, Cappella del Crocifisso
13 marzo 2020

Ecco il messaggio che ieri il Vescovo Francesco ha affidato alla Diocesi di Bergamo. Al termine sono presenti due “doni particolari“: scoprili.

Care sorelle e fratelli,
il percorso intenso della Via Crucis lo condividiamo oggi, per le circostanze che stiamo vivendo, attraverso il mezzo televisivo e ancora una volta ringrazio di questa opportunità BergamoTV e tutti coloro che la rendono
possibile.
La Via Crucis tradizionale è scandita dalle quattordici stazioni, così come le abbiamo pregate. Io sono qui ad annunciarvi la quindicesima stazione.
La grande sorpresa è proprio questa. Con intensità abbiamo guardato e seguito lungo la via della croce, fino alla crocifissione, il Signore Gesù. Possiamo andare con la mente ai tantissimi crocifissi che abbiamo
contemplato nella nostra esistenza: preziosi, semplici, solenni o nascosti. Lo abbiamo visto, poi, deposto nel sepolcro. Care sorelle e fratelli, io vi annuncio il cuore della fede dei cristiani: il Crocifisso è Risorto! Lui è il vivente!
Non è un annuncio trionfale e tanto meno trionfalistico. Se è vero che questa è la vittoria decisiva sul potere della morte, perché uno – il Cristo! – ha incrinato e ha perforato il muro della morte, è altrettanto vero che
tutto questo ci appare come una primizia.
Questi giorni allungano ombre di morte sulla nostra vita comune e sulle nostre famiglie e, nello stesso tempo, non possiamo fare a meno di riconoscere i segni della primavera. La risurrezione è il fiore che sboccia e che anticipa la gioia di poterne gustare un giorno il frutto. È la gemma che sta fiorendo.
La nostra vita e la storia degli uomini è fatta – e lo sappiamo bene – da infinite morte e risurrezioni. Ma non è semplicemente un succedersi di vicende liete e di vicende tristi. Morire come Cristo e con Cristo, nelle
vicende della nostra vita, è far abitare nelle nostre morte la forza dell’amore. Noi non abbiamo la forza dell’amore di Cristo ma Lui ce la comunica.
Nelle infinite morti della nostra esistenza noi possiamo risorgere come Lui, non semplicemente perché la morte passa – “ha da passà a’ nuttata!” direbbe la famosa espressione – ma perché nella morte, e quindi nella prova e nella malattia, nella passione che non vede i risultati attesi, abita l’amore e dall’amore sempre nasce una vita nuova. E se questo amore è l’amore di Dio, nasce la vita nuova di Dio!
Care sorelle e fratelli, non solo soltanto parole. Noi possiamo constatare tutto questo tante volte, proprio nel momento in cui tutto sembra venire distrutto, sembra venir schiacciato, sembra venir mortificato.
C’è un’immagine che dice proprio di questo passaggio dalla morte alla vita, dalla morte la vita. È l’immagine del sepolcro di Gesù.
Il sepolcro viene riempito di Lui. In questi giorni sono tanti i sepolcri che vengono riempiti. Mentre preghiamo per i malati, per le loro famiglie, per coloro che si stanno battendo generosamente sulla frontiera della cura con la speranza della guarigione, per coloro che hanno grandi responsabilità nella convivenza sociale, per le comunità e i sacerdoti, non possiamo dimenticare di pregare per i nostri morti, che vengono deposti nel sepolcro come Gesù.
In questi giorni, per le ragioni di tutela di salute, questa deposizione avviene in maniera molto abbreviata, nel modo e nel tempo, ma noi non  vogliamo dimenticare nel sepolcro i nostri morti e in questo momento salga al Signore la preghiera nostra per tutti loro.
A partire dal sepolcro di Gesù noi sappiamo che questa non è l’ultima nostra abitazione.
A partire dal sepolcro di Gesù noi sappiamo che non siamo abbandonati mai, nemmeno nel sepolcro e così non sono abbandonati i nostri cari.
L’abbandono è una grande paura. In questi anni ho avvertito sempre di più il diffondersi di questa paura e appena siamo attraversati da una prova, qualsiasi essa sia (un disastro naturale, una tragedia familiare, una condizione sociale), il grido che sale è “ci hanno abbandonato! non vogliamo essere abbandonati! non abbandonateci!”. Sembra che la paura dell’abbandono sia continuamente in agguato.
È quella paura che trova una conferma in un contagio che ha preceduto questo del coronavirus: il contagio della solitudine a cui ci siamo condannati reciprocamente.
Solitudine e abbandono. Non vogliamo giudicare nessuno. Non vogliamo nemmeno giudicarci. Gesù stesso ha pronunciato queste parole, perché anche lui si è trovato nella condizione della solitudine: “Dio mio, Dio
mio, perché mi hai abbandonato?”.
È proprio lì, nel momento in cui sembra che l’abbandono sia l’ultima parola, che si manifesta una vicinanza insospettata, addirittura capace di trarre dall’abbandono della morte e dalla solitudine del sepolcro una vita
nuova: Cristo Risorto è l’uomo nuovo, il principio di una vita nuova, la nostra radicale speranza.
Cari fratelli e sorelle, stiamo vivendo giorni in cui veramente ci è sembrato che ognuno pensasse a se stesso: c’era chi stava bene e poteva muoversi rispetto a chi stava male e chi già era costretto a isolarsi. Pian piano ci siamo resi conto che questa vicenda ci accumuna. Adesso siamo tutti distanti, ognuno nella propria casa e dobbiamo rimanere nelle nostre case, ma si sta sviluppando una nuova vicinanza, una comprensione rinnovata, il tentativo di potersi raggiungere non più incontrandoci, come speriamo presto di tornare a fare, ma attraverso mille modi. E il cuore si sta allargando. E proprio così che dentro la morte, si sviluppano le gemme della primavera della risurrezione.
Carissimi, non vogliamo tirarci indietro rispetto alla fedeltà, perché alla sensazione di abbandono si corrisponde con l’esercizio di una fedeltà. Solo la fedeltà permette ad una persona di non sentirsi abbandonata.
Oggi, pur nelle distanze che questo morbo sta creando, noi vogliamo prometterci una fedeltà condivisa. Vogliamo prometterci di trovare le forme per poterla manifestare giorno dopo giorno. E i giorni non saranno
pochissimi.
È quella fedeltà che diventa segno e primizia della fedeltà di Dio che non ci abbandona.
Il desiderio di avere qui un segno della passione di Cristo, la Sacra Spina, ha trovato corrispondenza eccezionale, perché da decenni non veniva spostata dalla chiesa parrocchiale di San Giovanni Bianco.
Ringrazio di cuore la comunità con il suo parroco. Lo facciamo in questa  condizione eccezionale, in un modo eccezionale, perché questo segno ci dice della fedeltà di un amore che non si ferma nemmeno di fronte alla
morte: questo è l’amore di Dio per noi. Da qui nasce la speranza che la risurrezione di Cristo ci consegna.
Come germogli di una primavera di risurrezione, vorrei offrire due doni.
Mi auguro che siano degli autentici doni, per voi che ci state ascoltando, che ci state vedendo e per tutta la nostra diocesi. Sono due doni che stiamo condividendo tra noi Vescovi di Lombardia, le diocesi più provate dal morbo del coronavirus. Sono doni che appartengono al mondo della fede, ma che potrebbero avere delle ricadute e delle risonanze anche per coloro che non credono o per coloro che stanno sulla soglia.


Il primo dono è la confessione di desiderio.
Diverse persone, sempre di più e sempre più nel momento in cui sono toccate dal morbo o lo avvertono avvicinarsi, rientrano nella propria coscienza. Avvertono così il bisogno non solo di sicurezza sociale e di
tutela sanitaria, ma quello di una forza e di quella forza particolare che nasce dalla riconciliazione con Dio.
In questo momento l’amministrazione del sacramento della riconciliazione diventa sempre più difficile, ma tante persone lo desiderano. Lo desiderano i sani per poter affrontare con la forza della compagnia e dell’amicizia di Dio ciò che ci sta provando. Lo desiderano i malati. Lo desiderano in modo tutto particolare i moribondi.
Care sorelle e fratelli, vorrei consegnarvi questo dono che appartiene alla tradizione della Chiesa e alla dottrina cristiana. Nel caso della impossibilità reale di accedere al sacramento della confessione, uno può porsi con la semplicità del suo cuore e con la verità della propria coscienza davanti a Dio, da solo, pentirsi dei suoi peccati, esprimere il suo pentimento con una preghiera.
C’è quella preghiera bella e profonda che molti di noi hanno imparato da bambini e che io auguro possano imparare anche i vostri bambini e nipoti, dove ogni piccola parola è significativa: “O Gesù, d’amore acceso, non ti avessi mai offeso! O mio caro e buon Gesù, con la tua Santa Grazia non ti voglio offendere più, perché ti amo sopra ogni cosa. Gesù mio  misericordia, perdonami!”.
Una preghiera fatta con tutto il cuore, ripromettendoci di avvicinarci al sacramento della confessione appena ci sarà possibile, e Dio ci perdona.
Non è una gentile concessione che faccio io o gli altri Vescovi. La confessione di desiderio in una condizione di impossibilità appartiene alla coscienza e all’esperienza della Chiesa. Il Signore così ci perdona!

Il secondo dono è la benedizione reciproca.
È un dono che vorrei lasciarvi a nome della Chiesa ed è un dono che in qualche modo diventa appello.
Il cristiano è e dovrebbe essere sempre un uomo di benedizione. È inimmaginabile avvertire sulla bocca di un prete una maledizione, ma è anche inconcepibile che abiti il cuore o le labbra di un cristiano. Noi siamo
fatti – proprio a partire dalla nostra fede nella risurrezione – per la benedizione, noi siamo fatti per benedire.
In questo momento ci sono malati nelle nostre case, a volte anche in condizione grave. Ci sono malati e anziani nelle case di riposo, presenti numerose sul nostro territorio, e alcuni di solo sono seriamente provati. Ci sono poi i malati nelle corsie dei nostri ospedali e delle strutture sanitarie e in quei reparti dove più intensa si fa la prova ma anche più intensiva si fa la terapie e la cura, portata da persone che non finiremo mai di ringraziare e di ammirare per quanto fanno in modo del tutto speciale in questi giorni.
Dovremmo ricordarci che possiamo benedire la mensa e spero si faccia in molte case.
Ma sappiate che un padre può benedire i suoi figli, una madre può benedire i suoi cari!
In questo momento io chiedo che in famiglia un figlio ai propri genitori, un nipote nei confronti dei propri nonni, offra la benedizione del Signore.
Proprio il segno della benedizione! In questo momento diventa sempre più difficile anche per i sacerdoti avvicinarsi con il sacramento dell’unzione degli infermi (e non solo della confessione). Non stiamo assolutamente sostituendo i sacramenti, ma è veramente qualcosa di importante poter offrire una benedizione. Nessuno può autobenedirsi. Ma che qualcuno possa benedire i nostri anziani e i nostri ammalati è un dono speciale!
Nella famiglia! Fatevi portatori di questa benedizione!
Mi permetto anche di dirlo con grande affetto, con grande stima, con grande delicatezza – senza alcuna volontà di imposizione o di ingerenza – a tutti gli operatori sanitari, qualsiasi sia loro qualifica. Rivolgo loro questo invito: siete vicino ai malati, accompagnate gli anziani, siete accanto ai morenti: se avvertite in loro un segno a volte anche impercettibile del desiderio di essere accompagnati dalla benedizione del Signore, dategliela!
So di molti parenti che stanno seguendo da lontano i loro cari in cura e ricevono infine la notizia delle morte di alcuni di loro. Una sofferenza in più è immaginare che tutto è stato fatto per loro e per la loro guarigione,
ma che infine non abbiano potuto ricevere almeno una benedizione. Insieme a tutto ciò che state facendo per la cura, potete offrire questo dono, quando ne avvertite o intuite il desiderio.
Questo è il secondo dono: è affidato alle vostre mani, alla vostra fede, alla vostra bontà, con grande libertà: libertà per voi, libertà anche per coloro che sono destinatari di questi doni. Non vogliamo imporlo a nessuno: per noi sono preziosi e vogliamo solo regalarlo!

Cari fratelli e sorelle, la Via Crucis è intensissima esperienza di fede, capace di abbracciare tu#e le pieghe della nostra esistenza, fino nei suoi lati più oscuri; la Via Crucis ci consegna la speranza che scaturisce dalla Morte e Risurrezione di Gesù; la Via Crucis ci offre i grandi doni del suo perdono e della sua benedizione. Questi doni il Signore li affida alla sua Chiesa e io oggi li offro a voi.

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