Allenare la Gioia

Don Carlo Nava è un sacerdote vocazionista del Sacro Cuore e ci conduce alla scoperta del “che cosa scegli” rivolto ai giovani.

Originario di Prezzate e ordinato sacerdote nel 2001, don Carlo è stato per nove anni direttore di Oratorio a Trescore Balneario. Dal 2010 è responsabile della comunità “Scuola Vocazioni Giovanili” nata nel 1985 per volere del  vescovo  mons. G. Oggioni e del rettore mons. R. Amadei. Guidata fino al 2010 da mons. Davide Pelucchi, la comunità accoglie i giovani che dopo un’esperienza o di lavoro o di scuola superiore oppure universitaria decidono di passare un po’ di tempo (uno o due anni)  per comprendere meglio la chiamata al sacerdozio. Don Carlo segue inoltre gli “Incontri Vocazioni Giovanili”  che avvengono una volta al mese in Seminario,  e il gruppo “Samuele”.  Dal 2011 è  direttore dell’ufficio per la  pastorale delle vocazioni per la Diocesi. Dal 2013 è  direttore dell’ufficio “Tempi dello Spirito” (esercizi spirituali, ritiri, discernimento, accompagnamento, scuola di preghiera per giovani e per adulti).

Nell’intervista ci racconta la sua esperienza con i giovani.

Generalmente a Bergamo, un giovane che desidera entrare in Seminario è accompagnato ancora dal prete. Intercetta la parrocchia o l’oratorio. C’è ancora un buon numero di giovani che fa il primo approccio. Quest’anno ne sono passati una ventina. Non sono pochi anche se alla fine non entrano in Seminario tutti. Con il primo colloquio chiariscono un po’ di più le idee di che cosa stanno chiedendo. Perché questo? Perché la vocazione ha sempre a che fare con un “TU”. Avviene anche per il matrimonio … Per la vocazione al sacerdozio c’è un modello di prete, c’è una Chiesa. Quindi nel primo colloquio si tratta di guardare bene a chi si domanda. Si cerca di scandagliare i desideri, le motivazioni e si mostra la realtà. Se quello che trovano è in armonia con la propria storia, la trama delle proprie relazioni, il vissuto … se sentono che la musica è quella, allora si prosegue nel percorso vocazionale su temi antropologici: emozioni, amici, famiglia, desideri accostati da alcune figure o da passi biblici fino ad una figura di Santo che aiuti ad incarnare quel tema scelto. In questo cammino il Signore non chiama mai da soli ma  sempre insieme e dentro un presbiterio.

La vita comunitaria ha la durata di uno o due anni e poi ciascuno discerne se entrare o no in Seminario.

Come siete organizzati nella Scuola Vocazioni Giovanili?

Passano qui l’intera settimana, dalla domenica fino al sabato: al mattino ci sono alcune introduzioni alla Liturgia, alla Bibbia, alla Spiritualità, alla Fede, mentre per far crescere il livello umanistico, si usano per esempio testi di Dostojevskii, Camus, Bernanos con tematiche che toccano il sacro, oppure con arti visive a tema. Quest’anno hanno visto tutto Olmi. Ci si dedica anche allo sport ed al teatro che aiuta tantissimo la persona a uscire, a diventare se stessa. L’insegnante di teatro è Silvia Barbieri.

La dimensione dei colloqui è così articolata: con me si parla della vita per approfondire il  “cosa fai”, “cosa vivi”, “che significato ha”;  con il  padre spirituale si approfondisce la Preghiera  (noi utilizziamo una preghiera di tipo ignaziana);  con un educatore psicologo, Davide Todeschini, si costruiscono dei percorsi sull’umanità, quindi la conoscenza di sé, le emozioni, il rapporto tra ideale e reale, la famiglia, la storia.  In questo periodo stiamo toccando, per esempio, l’argomento del discernimento vocazionale. Io e lo psicologo nel costruire il percorso ci facciamo aiutare dalle scienze umane, oggi più che mai opportune.

Ci aiuti a comprendere con una immagine volante il tema della vocazione …

Una sintonia musicale, un’armonia.

Parto col dire cosa non è la vocazione. Nei nostri oratori e nelle parrocchie tra ragazzi e adulti questo termine è desueto. Generalmente per vocazione si intende “prete o suora”, ma nei ragazzi non c’è neppure questo lessico.

In realtà la vocazione appartiene a tutti ed è quella battesimale a diventare figli di Dio. Siamo tutti chiamati a questo, cioè capaci di amare e lasciarci amare fino al dono della nostra vita, fino alla fine, proprio come Gesù.  Da qui si stagliano diversi stati di vita. Quindi vocazione non è solo fare il prete o la suora. Abbiamo detto di una vocazione comune. Secondariamente, direi che la vocazione ha a che fare con i nostri desideri profondi.  Non puoi fare a meno di domandarti “che cosa vuoi” se stai pensando alla tua vocazione: “che cosa desideri veramente”, “quale il desiderio buono nel tuo cuore”, ossia “quello più profondo della tua vita”. Impossibile umanamente non pensare a questo. Nello stesso tempo la vocazione non può non avere a che fare anche con la libertà, perché alla fine “sei tu che scegli”, ma nello stesso tempo  hai a che fare con un “TU”, con l’altro, perché la vocazione è sempre dentro una relazione.

Noi parliamo tanto oggi di  autorealizzazione, ma la vocazione non è questo. Vocazione è realizzazione di qualcun altro. Ti sei sposato perché volevi realizzare tua moglie e tua moglie si è sposata perché voleva realizzare te. Analogamente io divento prete perché voglio realizzare il Regno di Dio. Questo significa che si è sempre dentro una relazione come atto d’amore.

Inoltre la vocazione ha a che fare con la mia storia. Viene da lontano e mi conduce. È proprio qualcosa che è in sintonia con quello che mi precede. Non soltanto è in sintonia ma ha a che fare con la trama delle mie relazioni. Di fatto, anche quello che gli altri dicono di me è importante per la mia vocazione.

La vocazione però non è sempre “tutto bello”! O con la strada spianata! Soprattutto in questa cultura del “sentire” in cui si dice “se non va bene, se sento un po’ di tristezza, allora significa che non è la mia vocazione”. Questa è una attribuzione errata perché tutte le vocazioni prima o poi “deludono”.  L’innamoramento stesso si trasforma in amore e l’amore ha bisogno di queste fasi di alti e bassi, ma non per questo non  è la tua vocazione.

In un certo senso direi che le condizioni per comprendere la vocazione cristiano-giudaica sono:

1- Credere, ossia pensare che ci sia Qualcuno che abbia un progetto di felicità su di te e che ti preceda sempre. La vita non l’abbiamo voluta noi, ci  è stata data. La persona che è passata dentro la tua vita ci è capitata perché Qualcuno vuole la tua felicità, ti parla dentro la realtà delle cose, le persone che incontri, nelle situazioni che abitano la storia, nella parola di Dio, nel tuo cuore, nel Creato.

2- Se anche di fronte ad una proposta tu dici di no, Dio non si arrabbia con te e magari ti fa una proposta ancora più bella e ancora più grande. Cioè tu sei libero. Dio si inginocchia di fronte alla tua libertà. Ti vuole libero. Questo è fondamentale in ogni discernimento vocazionale. La libertà del soggetto.

Ieri sera abbiamo parlato proprio con i ragazzi di discernimento vocazionale e abbiamo presentato l’esperienza di un prete ma anche di un uomo sposato. Non c’è unidirezionalità  ma consapevolezza  della scelta perché in ogni vocazione ci sono delle rinunce ma ciò che scegli deve attrarti molto di più di ciò che lasci. Senti dispiacere per ciò che lasci ma senti un’attrazione ancora maggiore per ciò che scegli.  Questa dimensione è fondamentale .

3 – Altra dimensione fondamentale per la vocazione è il sentire come Ecclesia. Una vocazione cristiana  non è mai per se stessi, ma per qualcun altro e soprattuto per la Chiesa.

Natura o cultura nella vocazione?

Non è facile rispondere. Certamente la grazia si immette sempre sulla Natura. Di fatto la vocazione non è data una volta per tutte. Si diventa sempre … ogni giorno diventi padre, ogni giorno diventi prete. Certo, quel giorno della cerimonia del sacerdozio è importante ma lo si diventa anche ogni giorno. Inoltre è la storia stessa che ti aiuta a vivere la tua vocazione in un modo del tutto unico, irripetibile. Pur essendo prete tu hai un modo unico di essere prete, così come esiste un modo unico di essere padre.

Quali suggerimenti ai giovani su come fare a scegliere?

1 – Ci sono delle scelte che si prendono per natura. È la stessa musica  di sempre … e non ci devi pensare. È una storia che ti sta conducendo di già su quella scelta senza delle grosse dissonanze.

2 – A volte ci sono delle scelte che sembrano obbligate perché sembra che vita ti abbia chiuso delle possibilità , ma se ci si guarda attorno con creatività si capisce che ci sono sempre delle possibilità e che non ce n’è mai soltanto una.

3 – Ciò che sovente capita sono i bivi. Di fronte a due scelte positive cosa scelgo? Fare il prete o sposarsi? E allora qui è necessario fare discernimento. Questa parola, utilizzata spesso anche da papa Francesco, evidenzia il saper distinguere e scegliere. Distinguere per avere chiarezza e poi fare una scelta a fronte di una distinzione.

  1. Qui si lavora su se stessi partendo dai fatti. Si suggerisce di guardare in faccia ciò che scegli descrivendo i fatti nel modo più concreto possibile.
  2. Si lavora sulle relazioni: accettare di ascoltare chi può fare da guida (genitori, un professore significativo, un sacerdote, un catechista …) chi si ritiene che abbia compiuto un tratto più ampio nella propria vita e che restituisca qualcosa di sapiente con uno sguardo che possa arricchire ulteriormente la possibilità di scegliere.
  3. E ancora … la Parola di Dio, la Preghiera, il tuo cuore. Immaginando di essere in quella scena cosa risuona dentro chi cerca: tristezza, angoscia, oppure entusiasmo, serenità? Consolazione o desolazione ? … Direbbe il nostro Sant’Ignazio.

Poi consegna questa scelta al Signore. Nella preghiera, come luogo di sintesi, il Signore ti risponde. Se, dopo tutto, dice sempre Sant’Ignazio, la scelta è ancora 50/50 allora fai due liste, una a favore e l’altra contro, compilando i motivi senza valutarli per la quantità ma per il peso specifico che hanno. Quale piatto della bilancia pesa di più? Ma se ancora sei indeciso – dice Ignazio – sbilanciati confidando nel fatto che Dio vuole la tua felicità.

Chi è il vocazionista ?

È la comunità stessa. È la comunità che deve avere a cuore il fatto che ogni suo giovane possa essere felice. Per fare questo deve mettersi in ascolto dei giovani. Nella nostra realtà c’è tanto  bisogno di persone che ascoltino e questo lo può fare anche un laico. Si potrebbe pensare ad una comunità che formi al suo interno delle persone per questo ministero così poco diffuso che è quello dell’ascolto e del sapiente discernimento.

Nella comunità in ascolto … sono compresi i “vecchietti”?

Tutti. Chi ti dice che un giovane, incontrando un “vecchietto”, a partire dalla propria esperienza non possa in qualche maniera gustare un’idea che aveva dentro, un desiderio che sente risuonare.

Gli insegnanti nel mondo della scuola …

Io penso che nella scuola il ruolo dell’insegnante sia fondamentale. Nel mio caso alcuni insegnanti significativi hanno segnato alcune scelte della mia vita. Bisogna pensare che i nostri ragazzi e giovani passano la maggior parte del tempo a scuola.

Come si possono coinvolgere i giovani per aiutarli a superare certi blocchi evolutivi e spirituali?

Due cose:

1 – Pregando per loro.

2 – Creando una relazione con loro, soprattutto con gli adolescenti. Senza relazioni non c’è formazione!

Quando ero direttore in Oratorio ho notato che solo con i giovani con i quali si era creata una relazione veniva facile comunicare di tutto, anche introdurre dei limiti, come dire “questo non si fa” ed essere credibili. Il presupposto è  far sentire l’amorevolezza, che “li si ama”, diceva don Bosco.

Che ne è del saper scegliere nel nostro tempo?

Oggi è molto difficile saper scegliere. A volte si fanno delle scelte impulsive, altre volte non si ha la pazienza  del discernimento, del dover attendere. Le scelte fatte di fretta generalmente producono pessimi risultati. Oggi siamo abituati al telecomando, all’avere subito.

Le scelte, invece, hanno bisogno di tempo per maturare e per essere comprese perché è la vita che ci viene incontro.  Nella vita ci sono già tutti gli elementi per poter scegliere se si hanno occhi che abbiano la pazienza di leggere la vita e non occhi sballottati dalla velocità. Perdere la lentezza significa che il tuo cuore rischia di stare più indietro dal tuo corpo. E allora quando l’uomo non è più integrato nelle sue varie dimensioni, ma frammentato perde la capacità di saper scegliere. Ciò che è più veloce non sempre è più sapiente. Una delle grandi difficoltà dell’uomo di oggi è l’analfabetismo spirituale, non sapere di avere una vita interiore. E non c’è neanche nessuno che lo spieghi.

Ci parli del gruppo Samuele …

È un’esperienza che coinvolge ogni anno circa 70 giovani  della nostra diocesi: si trovano il sabato, una volta al mese. Si cerca di approfondire la fede.  I temi sono infatti tosti: Perché Credere, Gesù Cristo, la Parola di Dio, l’Eucarestia, la Chiesa, la Vocazione, la Riconciliazione e la Vita Eterna. Dopo un momento di riflessione  ci si divide in gruppi dove c’è la possibilità molto bella del dialogo tra i giovani, segue un momento di preghiera, una riflessione assembleare  e la cena.

Come viene vista la Chiesa dai bergamaschi?

Penso ancora molto bene. Abbiamo avuto una tradizione di preti soprattutto nel dopoguerra che hanno dato la vita per la gente nella “ricostruzione” . Questo ancora oggi risuona positivamente. Nelle parrocchie, ancora oggi, si ricordano di quel prete che nel dopoguerra ha aiutato tantissimo la comunità. Questo fenomeno ha dato alla figura del prete una certa stima, quell’autorevolezza  che ancora oggi si sente. Pensiamo anche solo al volontariato che abbiamo ancora nelle nostre parrocchie. Se non volessero così bene … La gente è ancora affezionata.

Da cosa si riconoscono  i frutti del vocazionista?

I frutti li vedo nella libertà della persona. Se cresce la libertà di chi si affida  allora cresce il frutto indipendentemente dalla scelta. Crescere in questa libertà è di fatto quello per cui Gesù è morto in Croce e poi Risorto. Perché l’uomo possa essere libero … sia nel dire di sì e sia nel dire di no.  Per questo sono sereno. Gesù si propone umilmente, ha un profilo basso, non si impone. Nella passione di Marco ci sono 14 quadretti (Gesù e le guardie, Simone di Cirene … ) e Gesù si propone come il buon seminatore, poi  c’è chi accoglie e chi non accoglie.

Quanto è vicino o lontano un risveglio vocazionale?

Se per risveglio vocazionale intendiamo un risveglio numerico credo che sarà difficile. Se lo intendiamo come risveglio che si diffonda alla cultura della vocazione, alla sensibilità della vocazione allora io credo che i cristiani di oggi che riflettono abbondantemente sento positivamente che possano acquisire ulteriormente questa categoria della vocazione che è conciliare .

Cosa proporrebbe ai giovani per dare una marcia in più alla propria esistenza  e con un afflato nell’annuncio missionario?

Di allenare la gioia perché la gioia non è data soltanto per natura ma è qualcosa che devi allenare. Prova a guardare: nella vita cammina soltanto chi  ha uno sguardo positivo sulla realtà perché sente che c’è una promessa di vita in ciò che vive. Questo è lo sguardo che devi allenare e sentire.

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